"Un racconto sotto l'albero" di Marcella Vivacqua

Dalla rubrica "Leggiamo un libro insieme" di Raffaella lamastra - Sestodailynews

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 19/06/2015 in Arte e Cultura da Raffaella Lamastra
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Raffaella Lamastra

BIOGRAFIA AUTRICE

Marcella Vivacqua, nata il 10 novembre 1955, nei suoi studi filosofici ha approfondito il rapporto fra Teologia e Filosofia. Fin da piccola coltiva l'amore per la scrittura: all'età di dieci anni, le viene pubblicato un racconto breve sul periodico "Beato Angelo". La sua prima pubblicazione " Il cielo sul soffitto", Europa Edizioni, mentre Un racconto sotto l’albero è il secondo romanzo della “trilogia dello specchio”.

PRESENTAZIONE

Caro Lettore,

all’ombra di una vecchia quercia, i pazienti di Villa Olimpia si radunano per ascoltare, dalla voce soave della dottoressa Arianna, la dolce storia di Geraldine, la coraggiosa donna parigina che una mattina di giugno lascia la sua città e il suo lavoro per ricominciare da un sogno. < da quell’alone di mistero che attende di essere svelato>. E per dare forma a quel sogno, approda in una ridente cittadina italiana bagnata dal Tirreno dove incontra Mimì, l’uomo della sua vita.

Tra i due inizia una tenera storia d’amore, si sposano e dalla loro unione nasce Pierfrancesco. Ma proprio quando l’armonia sembra regnare indisturbata, qualcosa cambia; l’ansia di Mimì per una ricerca importante nell’azienda farmaceutica in cui lavora lo allontana dalla sua donna, portandosi a chiudersi in un mutismo solitario. Lei inizia a sentirsi trascurata e le troppe liti portano le loro strade a dividersi. Eppure l’uno sente la mancanza dell’altra: saranno destinati a ricongiungersi? Chiedetelo agli ospiti di Villa Olimpia…

Buona lettura…

UN RACCONTO SOTTO L’ALBERO

Prologo

C’era sempre il canto degli uccellini ad allietare l’antica quercia che dominava il parco di un elegante caseggiato neoclassico, specie allorquando la primavera inverdiva la natura. Da molto tempo, la giovane Arianna prestava servizio di volontariato presso la Casa di Cura nota con il nome di “Villa Olimpia”. Ormai conosceva le anamnesi di ciascun paziente, e da geriatra qual era, si era convinta di quanto fosse importante, più dei farmaci, saperli ascoltare o destare la loro immaginazione, le emozioni, i perché infiniti di un’esistenza che si perde e si ritrova.

La narrazione…, pensò, raccontare ogni giorno una storia; far percepire la qualità di un tempo che, inesorabile e senza posa, vola via. Il caro e vecchio libro: ecco uno strumento necessario; leggere ad alta voce un racconto. Ed allora, anche le più pallide emozioni riaffiorano, e con essi, i ritmi e i suoni dei propri luoghi: e le proprie inclinazioni rinverdiscono. Ora, seduta su una panchina all’ombra dei rami rigogliosi della quercia, Arianna aspetta i suoi pazienti che lentamente si sistemano seduti intorno a lei. Quando quelle belle testoline bianche le confidano la loro attenzione, la giovane donna lascia fluire fra le mani le pagine del libro; per un attimo schiude i suoi grandi occhi verdi e si lascia invadere dall’inconfondibile odore della stampa, che predispone l’animo alla lettura. E proprio qui, sotto l’albero, dove altri si attardano ad arrivare, prima di iniziare a leggere, chiede: «Siete pronti? Bene. Questa storia si svolge in un paesino del Tirreno…».

I Capitolo

Mimì e Geraldine

Chi è Mimì Degli Orpini? Un chimico che custodiva un sogno: vincere il premio Lavoisier. Ora si trovava senza premio, senza moglie e con un figlio di otto anni, conteso. Era un uomo senza una solida struttura a cui aggrapparsi. Proprio lui, valente chimico, che conosceva a memoria le strutture molecolari di ogni elemento. Aveva toccato l’apice del diniego della propria esistenza. Abitava in un grazioso centro marino, come se ne vedevano tanti in questa parte del mondo. La sua casa, costruita negli anni Sessanta dal padre Filippo, Cavaliere del lavoro, era così ben inserita fra quelle alte e frastagliate scogliere della costa meridionale del Tirreno, che si vedeva appena dalla piccola baia ad essa sottostante. Amava troppo i suoi luoghi, Mimì; nessuno l’avrebbe mai schiodato da essi: non avrebbe mai rinunciato alle sue passeggiate lungo la battigia, né privato la sua vista dagli innumerevoli tramonti che si perdono nel mare. Geraldine Laroche, invece, è sua moglie, anzi la ex, almeno per ora. Viveva in un’altra parte del mondo. Aveva trentacinque anni quando lasciò la sua Parigi: era il mattino del 20 giugno di nove anni fa. Il primo bagliore della luce del giorno avvolgeva Parigi: le sue rue, i magnifici boulevard haussmanniani che attraversano la città. Qualcosa di nuovo ora si profilava davanti agli occhi di Geraldine appena dischiusi. I raggi solari filtravano attraverso la finestra del balcone posto al secondo piano di uno storico palazzo, in boulevard Saint-Michel. 

Geraldine aveva dimenticato, la sera prima, di tirare giù la tenda pesante di velluto bordeaux, mentre quella delicata di un morbido tessuto trasparente e bianco le annunciava l’inizio di un nuovo giorno. Una voce la svegliò dicendole: «Svegliati, Geraldine! Devi fare le stesse cose che hai fatto stanotte durante il sogno. Sbrigati! È tardi…» «Mamma, lasciami dormire ancora un poco» rispose mentre cercò di nuovo riparo fra le lenzuola. Era ancora in dormiveglia quando i ripetuti bip della sveglia le ordinarono di alzarsi. Svogliatamente si lasciò guidare da leggeri movimenti delle braccia che l’aiutarono a stirare l’intero corpo. Poi, con la stessa leggerezza, poggiò il palmo di entrambe le mani su quel soffice materasso e si sistemò seduta; fece un leggero sbadiglio che coprì con la sua agile mano destra, ultimato il quale, disse: «Ah, l’amour! Che sogno straordinario ho fatto…». Finalmente si alzò, avvolta da uno dei pigiami di seta appartenuti al padre. Il pigiama, il pianoforte, le suppellettili sui mobili erano i simboli di ciò che era stata la sua vita trascorsa insieme ai genitori, ora assenti.

Dormiva quando la raggiunse la notizia del loro terribile incidente automobilistico. Era figlia di estrosi musicisti, Geraldine. Fin da bambina, il padre Marcel le impartiva lezioni di pianoforte; mentre la madre, Gabrielle, le insegnava il bel canto. Entrambi si esibivano in uno di quei locali sparsi lungo la rive gauche della Senna. Gabrielle amava interpretare le canzoni di Edith Piaf: «La sua voce è come il vento…», ripeteva a Geraldine, «un soffio che si deposita in fondo all’anima». Poi il rumore assordante di uno schianto annullò per sempre quell’armonia perfetta, l’estro, la gioia: il suono si fa greve, mentre canta al cuore di Geraldine la sua solitudine. Certo, Geraldine era già abbastanza adulta per cavarsela da sola; ma non è questo il punto. La verità è che quando i genitori non ci sono più, una parte di te muore insieme a loro. Dopo essersi svegliata per bene sotto la doccia, indossò i suoi jeans preferiti, una magliettina di jersey a maniche lunghe e le sue comode scarpette da tennis. Appena nell’ingresso, prese la sua ampia borsa a tracolla dall’appendiabiti, ed uscì. Geraldine Laroche lavorava come impiegata in uno di quei numerosi distretti amministrativi, gli arrondissement, sparsi sul territorio parigino: il Panthéon, credo si chiamasse così il suo distretto, posto a servizio del Quartiere Latino. Gravitavano su quelle rue di Paris fra i bistrot, le antiche librerie, i molti e accattivanti negozi, numerosi studenti iscritti alla Sorbona.

Come ogni mattina, raggiungeva il suo luogo di lavoro, facendosi spazio fra i tanti sguardi che si perdevano nel vuoto senza mai incontrare quello altrui. Aveva ritmi sostenuti Geraldine, che gestiva con metodica consuetudine: dalla prima colazione, con croissant e grand crème, il caffelatte parigino, consumata au zinc, al banco, del solito café, il lavoro, la casa. Tutto era svolto con pragmatica e austera decisione; di giorni che si susseguivano l’uno come la perfetta replica di quello precedente. François si stupì quando la vide fuori, seduta in uno dei tanti tavolini messi a disposizione della clientela. Un ciuffo dei suoi capelli chiari e mossi gli copriva gli occhi nocciola distanti l’uno dall’altro; lasciò scivolare la mano fra i capelli, così da scoprire il viso, prima di prendere l’ordine di Geraldine. «Le porto il solito, Madame?»...
 

UN RACCONTO SOTTO L'ALBERO di Marcella Vivacqua - Falco Editore -

Caro Lettore, arrivederci al prossimo appuntamento letterario.
 

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