ORTONA, TRA FEDE E STORIA

DAL SANGUE SGORGATO DALL' AFFRESCO, ALLO SBARCO DEI TURCHI; DAL FURTO DELLE BOCCETTE, ALLA BATTAGLIA DI LEPANTO;DALLA NAVE "GRADO" ALLA STALINGRADO D'ITALIA; DAGLI AFFRESCHI RITROVATI ALL'ESPOSIZIONE MENSILE DELL'AMPOLLA

pubblicato il 23/07/2014 in Arte e Cultura da Giancarlo Giannotti
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Giancarlo Giannotti
CROCIFISSO MIRACOLOSO DI ORTONA

Si sa, viviamo in un paese incredibile, dove spesso tra le pietre di qualche antico edificio fa capolino la storia, quella vera, quella con “S” maiuscola.  E di storia ce n’è tanta nell’ampolla che si conserva nell’Oratorio della chiesa di Santa Caterina, sulla passeggiata orientale che domina dall’alto il porto.  Ci riporta addirittura all’epoca dei saraceni.

Sono i  giorni  in cui le coste abruzzesi sono messe a ferro e a fuoco dai turchi. La  gente fugge verso le montagne. Le monache benedettine  del convento di Santa Caterina,  per nulla spaventate e tanto meno rassegnate a gridare: “Mamma, li turchi!” decidono di combattere il pericolo imminente con la sola arma a loro disposizione: la preghiera.  Il 13 giugno 1566 stanno pregando  nell’Oratorio, quando da un affresco del 1400, raffigurante il Cristo crocifisso,  fuoriesce del sangue, che subito esse raccolgono in due ampolle di vetro.

Quarantotto giorni dopo, Il 30 luglio 1566,  i turchi sbarcano a Ortona, a sud del castello aragonese, in mano ai difensori cristiani, ed entrano nella città deserta.

Bruciano e saccheggiano le case dei ricchi, le chiese e i conventi.  Spalancano il sarcofago dell’apostolo San Tommaso e non trovando il tesoro,  bruciano e distruggono la cattedrale.  Ripartiti i turchi, ci si accorge che l’oratorio delle monache con l’adiacente chiesa, non è stato neppure sfiorato dalla furia devastatrice dei saraceni.  Il fatto  fa scalpore. Gli storici dell’epoca, nelle loro cronache attribuiscono al fatto un carattere  miracoloso, dovuto senza dubbio alla presenza delle due ampolle, poi incastonate in dei supporti d’argento.

Ma la loro storia, non finisce qui.

 Quattro anni dopo nel 1570, il frate confessore delle monache, l’agostiniano Padre Basilio di Venezia, con le due ampolle nascoste nella sua bisaccia, s’imbarca su una nave ortonese per un definitivo rientro nella sua città.  Le benedettine gridano al furto. Reclamano indietro le due boccette piene del misterioso e sacro sangue . Ma è tutto inutile. Queste restano a Venezia, e più precisamente nella chiesa di San Simeone Profeta. 

La cose non vanno meglio neppure per la strapotente flotta turca che l’anno dopo, nell’ottobre de 1571,  a Lepanto, è fatta a pezzi dalle cannonate della flotta cristiana, comandata dall’ammiraglio veneziano Vernier, uomo di grande fede e di grande coraggio, che – guarda caso - abitava a un tiro di schioppo, come si sarebbe detto allora,  dalla chiesa di San Simeone Profeta dove sono custodite le due ampolle. Una coincidenza della storia?  O che c’entrino  qualcosa con quella lontana e, per i contemporanei, insperata vittoria?

 Non lo sappiamo, né ci vogliamo addentrare in azzardate ipotesi tra storia, misticismo e provvidenzialità.

Sappiamo solo che da quell’ottobre del 1571 le residue flotte saracene, si tengono ben lontane dalle coste adriatiche. Delle loro escursioni se ne è persa quasi la memoria. Di quell’epoca lontana,  restano solo la battuta: “Mamma, li turchi!” e torri d’avvistamento,  magari oggi trasformate in residence o raffinati ristoranti.

Ma se i secoli passavano, non passava negli ortonesi il desiderio di riavere indietro le due ampolle.

Solo il 29 giugno del  1934, in pieno regime fascista, sono finalmente, accontentati. Dal mare ritorna, sull’altare a bordo del cacciatorpediniere “Grado”  una delle agogniate  ampolle.

A Ortona è festa grande. Tra gagliardetti, squilli di tromba, “Saluti al duce”, “Ehia, ehia Alalà”, in una eccitazione collettiva nazional-popolare, intrisa di misticismo, l’ampolla col sangue sgorgato dal crocefisso, rientra nel suo oratorio, dopo 364 anni.     

Ma la storia è sempre in cammino e, qualche volta,  s’impenna di brutto. Così meno di dieci anni dopo, nel dicembre del 1943, ecco di nuovo l’inferno scatenarsi nei quartieri attorno all’oratorio. Ortona diventa la Stalingrado d’Italia. Reparti scelti tedeschi, canadesi e neozelandesi, si fronteggiano con un accanimento sproporzionato all'importanza strategica della città.  Si combatte strada per strada, casa per casa, stanza per stanza, in una carneficina assurda che lascia sul terreno, solo tra i militari, più di tremila morti, senza contare i civili. 

E anche in questa tragica circostanza, l’oratorio e la chiesa,  seppure raschiate dai cingoli dei blindati,  sono rimaste miracolosamente in piedi, in mezzo a una apocalittica distesa di macerie e di morti.

A ricordo di quei tragici eventi, ora è stato allestito, l’ottimo museo della battaglia di Ortona,  “MUBA 43” che raccoglie libri, filmati, oggettistica di guerra e un armamentario veramente interessante, se non addirittura esclusivo.

L’oratorio, intanto, agli inizi degli anni ’90 fu sottoposto a restauro. Sotto l’affresco del crocifisso miracoloso da cui sgorgò sangue, fu trovato un altro affresco del 1200, sotto il quale c’è traccia di un altro dipinto ancora, dello stesso tema, ora  tutti tre esposti e ben visibili.

E oggi?

Oggi l’ampolla è ancora là, nell’oratorio, un poco dimenticata dagli ortonesi. Un gruppo di signore  ne mantiene la devozione,  con una messa settimanale e un’esposizione mensile, la sera del secondo venerdì di ogni mese.

Non è molto per chi ha tanta storia, ma per Ortona, città un po’ sonnacchiosa di Italiani brava gente, forse, è già abbastanza.          

 

 

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