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Oggi si venera San Giovanni Crisostomo

Il testardo Vescovo di Costantinopoli

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Crisostomo non è il cognome di questo santo, bensì il suo soprannome. In greco, Crisostomo significa "bocca d'oro", e mai nome fu più azzeccato. Con una facilità fuori dal comune, San Giovanni radunava intorno a sé infinite folle di gente, che pendevano dalle sue labbra.

Nacque ad Antiochia nel 349. Suo padre si chiamava Secondo ed era un cristiano generale dell'esercito romano, e incontrò la madre durante uno dei suoi viaggi. Se n'è innamorò subito: Antusa, giovane ragazza meno che ventenne, era cristiana e pia. I due si sposarono e dopo nove mesi nacque Giovanni. Purtroppo però la vita non fu gentile con il piccolo: da infante perse l'amorevole padre, e Antusa si ritrovò da sola a crescere il pargolo.

Numerose arrivarono le proposte di matrimonio, ma la donna le rifiutò. Si consacrò come vedova al Signore e decise di dedicarsi unicamente al figlio, che crebbe intelligentissimo e giusto. 

Arrivato a diciottanni, la madre sperò che il figlio si battezzasse. Il ragazzo invece decise di dedicare qualche anno alle esperienze giovanili. A conti fatti, si dedicò all'oratoria e alla retorica: non indulse in comportamenti poco morali o illegali. Disse alla madre che quel periodo era necessario perché la sua conversione fosse totale.

A ventanni, fu pronto. Sentita forte la vocazione, comunicò alla madre di volersi fare monaco. Lei si oppose: la vita monacale era dura e difficile, e il fisico di Giovanni troppo cagionevole. Per quanto il suo desiderio fosse forte, il giovane seguì il volere della madre, e invece di entrare in monastero frequentò l'Asceterio di Antiochia, dove studiò le Scritture e si impratichì con l'oratoria.

Gli venne proposto di diventare sacerdote. Sebbene non fosse la sua aspirazione, San Giovanni accettò e si occupò del catechismo.

Quando nel 372 l'amata madre morì, Giovanni potè intraprendere ciò che pensava fosse la sua vocazione: si fece monaco. Dopo qualche tempo, la vita monacale gli sembrò fin troppo agiata; si andò a rifugiare in una grotta e fece l'eremita.

Per due anni visse di privazioni e dolori, il suo fisico non era forte e spesso si ammalava. Iniziò a sentire la mancanza, più che delle comodità, delle persone. Pensò tantissimo ai volti di coloro che aveva convertito o a cui aveva dato conforto, e capì che il Signore si poteva servire anche dando aiuto agli altri, e non solo pensando alla propria santità. Capì che la madre aveva ragione, e tornò ad Antiochia.

In città, iniziò a predicare unendo la sua conoscenza delle Sacre Scritture con le sue capacità d'oratoria. Le sue prediche appassionate riempivano le chiese: quando parlava dal pulpito, nella chiesa gremita regnava il silenzio.

La sua fama arrivò addirittura a Costantinopoli, dove venne chiamato dall'Imperatore in persona e fatto Vescovo.

L'entusiasmo che il Santo provò alla nomina si esaurì all'arrivo nella capitale. Conobbe i chierici della città e le alte sfere, e non gli piacque affatto ciò che vide. La dissolutezza delle classi dirigenti e la corruzione della chiesa erano sotto gli occhi di tutti. Solo il popolo sembrava venerare con il cuore Dio, chi invece si definiva il suo primo servo pensava solo a sé stesso e ai suoi giochi di potere.

Per prima cosa, riformò la sua diocesi. Rinunciò agli agi della dimora a lui affidata, eliminò feste e sfarzo dalla chiesa. Tagliando queste spese inutili, riuscì ad avere tanto denaro che investì nella carità.

Le sue prediche furono sferzanti contro la finta devozione dei potenti; criticò aspramente soprattutto gli usi dell'imperatrice Eudossia, autoproclamatasi Madre della Chiesa nonostante la vita dissoluta. “Il palazzo dell’imperatore è un formicaio di pagani, di filosofi e di petti gonfi di gloria mondana. Lo si direbbe un ricovero di idropici. Non può essere altro questa corte, perché non vi trovi che arroganti, e chi vi arriva nuovo si affretta a diventarlo”. Di certo il nostro San Giovanni non si risparmiava, e non aveva paura a esprimere ad alta voce questi pensieri. Il popolo inneggiava il suo nome e il clero "sano" plaudiva alle sue invettive.

L'imperatrice, invece, era nera di rabbia.

Convocò un concilio, chiamando i potenti del regno, per mettere a tacere San Giovanni.

Qualcuno propose di buttarlo in prigione, ma qualcun altro obiettò: al Santo non dispiaceva il sacrificio della carne, e avendo già vissuto l'eremitaggio conosceva sofferenze ben peggiori della cella.

"Allora" disse qualcun altro "uccidiamolo in una qualche congiura". Anche questa opzione fu scartata, perché sicuramente sarebbe diventato un martire e la popolazione avrebbe tenuto ancora di più in considerazione i suoi insegnamenti.

Si propose l'esilio, che comunque non era una scelta adeguata. San Giovanni non era originario di Costantinopoli, e comunque aveva spesso detto che l'esilio non lo preoccupava: casa sua era ovunque avesse sentito il Signore vicino.

Forse per scherzo o forse per davvero, qualcuno che conosceva bene il Santo disse che l'unico modo per placarlo era invogliarlo a peccare, poiché il peccato era la cosa che più odiava. Ci provarono, ma non ci riuscirono.

Alla fine si optò per l'esilio. E il popolo insorse.

Mentre la gente marciava verso il palazzo, un terremoto seguì i loro passi. La regina pensò che fosse la vendetta di Dio per aver cacciato San Giovanni, e subito mandò a richiamarlo.

Tornato in città, San Giovanni sperava che la corte avesse abbandonato le sue facezie, ma non fu così. La regina Eudossia addirittura fece costruire una sua statua d'argento davanti una chiesa.

San Giovanni insorse di nuovo, e di nuovo lo mandarono in esilio. Questa volta senza possibilità di ritorno, in una città lontanissima.

Purtroppo ormai Giovanni era provato dalle fatiche di una lunga vita di privazioni, e morì accasciandosi a terra fuori al santuario di San Basilisco. Il parroco del luogo riuscì a dargli l'ultima unzione e a sentire le sue ultime parole "Gloria a Dio in tutte le cose".

San Giovanni è un esimio Dottore della Chiesa. I suoi scritti e le sue prediche vengono studiate tutt'oggi.

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