A tu per tu con il giovane scrittore Gianluca Stival

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 27/03/2020 in Arte e Cultura da Francesca Ghezzani
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Francesca Ghezzani

Gianluca, avresti mai pensato di diventare uno scrittore e, ormai, potresti fare a meno della scrittura?

Sinceramente non avrei mai pensato che la scrittura sarebbe diventata un lavoro, oltre che una passione. Ho sempre scritto perché mi affascinano moltissimo la vita delle persone e le loro sensazioni, ciò che si nasconde dietro gli occhi e ciò che non si riesce a raccontare. Ecco il motivo per cui diversi anni fa ho iniziato a scrivere poesie: tutte le emozioni, i contrasti interiori e i turbamenti potevano avere una loro risposta. Scrivere per me è una terapia: mi aiuta a scavare in profondità.

 

Il tuo stile è cambiato crescendo?

Sì! La scrittura aiuta a crescere, l’evoluzione è quasi una conseguenza. Questo cambiamento io l’ho sentito notevolmente perché, nelle due opere precedenti (“Meriti del mondo ogni sua bellezza” e “AWARE – Tutte le poesie”), la vera protagonista era la poesia e il lavoro sul piano stilistico era maggiore: mi preoccupavo di trovare la parola giusta, sceglievo molti sinonimi e lavoravo molto perché le traduzioni delle poesie in lingua fossero adeguate. Ora, in “Scriverò di te”, la scrittura è diventata più fluida e meno definita, ho lasciato spazio al racconto per far vivere al lettore la storia di mio nonno al cento per cento.

 

Il titolo dell’ultimo tuo libro, “Scriverò di te”, ci preannuncia fin da subito il contenuto… vuoi parlarcene?

“Scriverò di te” è nato proprio come un omaggio: io racconto la storia di mio nonno e la sua vita, ma lo faccio attraverso i suoi occhi. Tutti gli aneddoti sono scritti in prima persona, come fosse proprio lui a raccontarli al lettore. L’idea che ha portato a “Scriverò di te” è nata durante un pranzo in cui un amico d’infanzia di mio nonno gli propose di raccogliere tutti gli episodi più importanti della sua vita e mio nonno mi chiese se avessi voglia di avventurarmi nei suoi lunghi novant’anni. Accettai, iniziai a registrarlo, raccolsi i suoi appunti e feci anche una ricerca tra le sue foto per selezionare quelle più belle.

 

Parli di nonno Mario come il nonno che tutti vorrebbero… tu che genitore e nonno immagini di poter essere un domani?

Questa è una domanda da un milione di dollari, la risposta è molto difficile. Spero di poter dare e dimostrare ai miei figli lo stesso amore che ho ricevuto dai miei genitori: un amore incondizionato, pieno e senza riserve. Io sono stato cresciuto con senso del dovere e della gratitudine: mi è stato insegnato che si devono avere molti sogni, si deve sempre puntare in alto ma ogni risultato va meritato e sudato. Ecco, spero di essere così un giorno: un genitore che si dà completamente ai propri figli ma che sia in grado di dimostrare che la fatica e il lavoro ripagano sempre e sono necessari per ottenere i propri successi.

 

Hai un racconto, tra tutti, a cui tieni particolarmente e che senti più tuo?

Uno dei racconti che mi piace sempre rileggere riguarda un viaggio in Cina tre gli anni ’80 e ’90. Racconta: “La Cina fu uno dei Paesi dove riconobbi il rispetto della gente, l’umiltà, la generosità degli anziani pensionati che accompagnavano bambini e altri anziani al di là delle strade, sempre estremamente pulite e percorse da centinaia di biciclette. Ho visitato il mausoleo di Mao Tse-tung in piazza Tienanmen dopo quasi due chilometri di coda, poderi agricoli, raccolte del tè di 43 tipi e case coloniche […]. Con meraviglia vidi nel focolaio una fiammella sotto la pentola che riscaldava l’acqua, così vidi il mio primo biogas”.

 

Un’ultima domanda: come lo vedresti “Scriverò di te” tradotto e sbarcato all’estero?

L’idea di pubblicare all’estero mi attira tantissimo: con l’ultima pubblicazione (tradotta in francese e portoghese) ho avuto il piacere di conoscere molti ragazzi e ragazze dalla Francia e dal Brasile che hanno apprezzato le mie poesie e le hanno fatte proprie e ciò mi ha reso davvero orgoglioso. Vedere che una tua poesia oltrepassa le barriere geografiche e inizia ad appartenere anche a chi non parla la tua lingua madre dà una sensazione di appagamento e felicità. Per “Scriverò di te” c’è un progetto per l’estero ma per il momento incrociamo le dita!

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