600 docenti universitari scrivono al Governo: "Gli studenti non sanno l'italiano"

La lettera indirizzata al Presidente del Consiglio Gentiloni, al Ministro Fedeli e al Parlamento contiene diverse proposte per verificare e migliorare l'apprendimento della lingua italiana

pubblicato il 05/02/2017 in Arte e Cultura da Tino Colacillo
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Tino Colacillo

Oltre 600 docenti universitari hanno scritto una lettera per sottoporre al Governo la scarsa conoscenza della lingua italiana da parte dei ragazzi che arrivano all'università.

La lettera è stata promossa dal "Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità" e vede tra i firmatati gli Accademici della Crusca Rita Librandi, Massimo Fanfani e Maurizio Dardano; gli storici Ernesto Galli Della Loggia, Luciano Canforae Francesco Barbagallo; i filosofi Massimo Cacciari e Roberto Esposito; i sociologi Sergio Belardinelli e Ilvo Diamanti; i costituzionalisti Carlo Fusaro e Fulco Lanchester; il matematico Lucio Russo. L'elenco completo informa il sito del "Gruppo di Firenze" sarà reso noto prossimamente. 

"È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana". Con questo incipit i diversi professori si sono rivolti a Gentiloni, al Ministro Fedeli e al Parlamento. 

Secondo gli accademici a "fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato,  anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi". "Ci sono alcune importanti iniziative- continuano i professori - rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema".

L'anello debole del sistema scolatico viene individuato nel mancato o debole controllo dell'apprendimenti dei contenuti didattici. Su questo  professori hanno infatti detto che c'è "bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici  di base da parte della grande maggioranza degli studenti". 

All'analisi del problema nella seguono poi una serie di proposte di "linee di intervento". 

La prima è quella di una "una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni". La seconda è "l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano". Infine i professori sostengono che che "sarebbe utile la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola".

La lettera si chiude con l'auspicio che "l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base" pur senza "drammatizzare" le prove stesse.

 

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