"Chi è senza peccato scagli la prima pietra": la morale pubblica si scontra con la libertà individuale

Massimiliano Musolino
11/08/2025
Attualità
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Elena Maraga, la maestra di 29 anni è diventata un caso mediatico a livello nazionale, dopo essere stata licenziata dall’asilo parrocchiale di Varago in provincia di Treviso, per aver aperto un canale OnlyFans. Maraga era stata scoperta dal padre di uno dei suoi alunni che aveva condiviso le foto di nudo della maestra nella chat con gli amici del calcetto. La moglie dell’uomo aveva scoperto le immagini, segnalando l’insegnante alla scuola. 

È davvero incredibile che sia stata additata come “immorale” il comportamento della maestra e non di quella del padre di famiglia che pagava su una piattaforma per vedere contenuti di altre donne a sfondo sessuale, che ha scaricato le sue foto e diffuse per poi deriderla in chat con gli amici. Così come è incredibile che sua moglie non se la sia presa con lui dopo averlo scoperto, ma abbia sfogato la sua frustrazione sull'insegnante.

La notizia della maestra su OnlyFans ha aperto un dibattito pubblico con reazioni che vanno dall'indignazione al supporto incondizionato. Questo scontro di posizioni riflette una tensione più ampia tra la morale pubblica, che vorrebbe una figura educativa impeccabile e priva di "macchie", e la libertà individuale, che riconosce a ogni persona il diritto di vivere la propria vita come meglio crede.

La maestra in questione ha perso il lavoro non per la qualità della sua didattica o per un comportamento inappropriato in classe, ma a causa della sua attività extra-lavorativa. La maestra è stata licenziata non per la sua incompetenza, non per aver avuto un comportamento inadeguato con gli studenti, ma per una scelta personale, compiuta nel suo tempo libero e su una piattaforma destinata a un pubblico adulto. La sua professionalità, a quanto risulta, è sempre stata impeccabile in aula. La sua attività online non è mai entrata in conflitto con i suoi doveri educativi.

Il provvedimento disciplinare si fonda sull'idea che il suo profilo OnlyFans comprometta l'integrità e la dignità della professione. Tuttavia, questa decisione solleva un interrogativo cruciale: è la legge a stabilire cosa sia moralmente accettabile, o è la morale pubblica a dettare legge? Il licenziamento di questa donna crea un precedente pericoloso, aprendo la porta a una sorveglianza etica sulla vita privata di tutti i docenti. Se un'attività a pagamento, pur non avendo nulla a che fare con la scuola, può costare il posto di lavoro, qual è il prossimo passo? Una maestra con un profilo su TikTok dove balla in costume? Un insegnante che pubblica foto o storie in bikini in vacanza?

Mentre una maestra viene punita per aver monetizzato la sua immagine, i social network sono pieni di docenti che, pur non vendendo contenuti, espongono liberamente il proprio corpo in foto e video. Basti pensare alle innumerevoli immagini di professoresse e maestre in vacanza, con le tette al vento o il lato b in mostra. Se per paradosso si decidesse di avviare un’azione disciplinare nei confronti di tutte le maestre e le professoresse che espongono sui social, tette al vento e lato b, il 1° settembre si rischierebbe di avere un’altissima percentuale di cattedre vuote in tutta Italia. Queste immagini, condivise su piattaforme come Instagram o Facebook, generano like e commenti, ma raramente scatenano un'azione disciplinare. La differenza, in questo contesto, sembra risiedere nella monetizzazione. La scelta di guadagnare con la propria immagine, anche se su una piattaforma destinata a un pubblico adulto, viene percepita come un'onta che la semplice esposizione gratuita, per quanto audace, non ha. È una distinzione che sfocia nell'ipocrisia: il corpo può essere mostrato, ma non può essere fonte di reddito. Questo svela una morale a due pesi e due misure, dove l'apparenza (un post su Instagram) viene tollerata, mentre la sostanza (un'attività professionale su OnlyFans) viene condannata.

La discussione non può ignorare il confine sempre più sfumato tra vita privata e professionalità. I docenti, come tutti i professionisti, hanno una loro vita al di fuori dell'orario di lavoro. Hanno hobby, passioni, relazioni e, in questo caso, una vita digitale. La domanda non è se l'insegnante debba essere un esempio di virtù, ma se la società sia pronta a riconoscere e rispettare la sua individualità, senza interferire con le sue scelte personali che non hanno un impatto diretto sulla sua professione.

Il caso di OnlyFans ci costringe a guardare in faccia le nostre contraddizioni. Critichiamo un'insegnante per le sue scelte private, ma tolleriamo o, peggio ancora, ignoriamo una cultura social che spinge tutti, inclusi gli educatori, a esporre il proprio corpo in cerca di approvazione. Prima di scagliare la prima pietra, sarebbe forse il caso di chiederci cosa stiamo davvero difendendo: la dignità della professione o un'idea di purezza che non esiste più.

Il licenziamento di una maestra a causa della sua attività extra-lavorativa su OnlyFans è un provvedimento che non possiamo ignorare. Non è solo il destino di una singola persona a essere in gioco, ma i principi stessi che definiscono la nostra democrazia e la nostra idea di giustizia. L'amplificazione mediatica gioca un ruolo determinante. Un caso di cronaca che coinvolge una docente può scatenare un'ondata di discussioni sui media e sui social network, trasformando una vicenda personale in un dibattito nazionale. È probabile che, se una giornalista o una parlamentare si trovassero in una situazione simile, l'attenzione mediatica sarebbe ancora maggiore, dato il loro ruolo più centrale nel dibattito pubblico. In sintesi, la vicenda della docente è un precursore che indica una direzione chiara: l'utilizzo dei social media da parte di figure professionali con un ruolo pubblico è sotto esame. Le dinamiche che hanno portato alla sospensione o alla critica di una docente per la sua attività online potrebbero facilmente replicarsi per giornaliste e parlamentari, man mano che si consolida l'idea che la vita privata online non è più del tutto separata dal ruolo professionale e che l'immagine pubblica di certe figure ha un impatto diretto sulla loro credibilità e sulla percezione delle istituzioni che rappresentano. La vicenda della maestra Elena Maraga, pur specifica, tocca temi universali che riguardano tutte le professioni che operano sotto i riflettori. Emblematica è la vicenda verificatasi nel 2023, di cui abbiamo trattato sul nostro sito Notizienazionali https://www.notizienazionali.it/notizie/attualita/43982/gli-stereotipi-del-femminismo-bacchettone-che-censurano-alessandra-de-michelis-e-altre-vip che coinvolse l’avvocato Alessandra De Michelis. L’ordine degli Avvocati di Torino ritenne di punire il comportamento dell’avvocato De Michelis con la sospensione fino a 15 mesi dall’attività forense, in quanto “rea” di aver pubblicato sul suo profilo Instagram, un mix di scatti fashion e vagamente osé, che avrebbero “violato l’onore e il decoro della professione”.  Nel 2018, alcune Parlamentari (Maria Elena Boschi, Augusta Montaruli, Gabriella Giammanco, Elvira Savino, Annaelsa Tartaglione, Laura Ravetto, Mara Carfagna, Lucia Borgonozoni, Licia Ronzulli, Angela Salafia, Maria Pallini), per i selfie in bikini postate nelle loro rispettive pagine social, sono state definite dalla  nota rivista online di gossip “Dagospia”, come senza pudore e bimbeminchia “Non hanno pudore a offrirsi in posa duck face o da bimbeminchia https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/parlamento-rsquo-chiuso-ma-gnocca-non-va-ferie-bikini-181130.htm

Nessuno può mettere in discussione il pudore delle Parlamentari. Nell’ambito della loro sfera privata, quando si trovano in piscina o in spiaggia, come la maggior parte delle donne, anche le Parlamentari sono libere di indossare un bikini, di scattarsi un selfie e postarlo sulle pagine social. Una donna che riveste un ruolo pubblico o svolge una determinata professione, non può subire limitazioni nella vita privata. Purtroppo, ancora persiste lo stereotipo di correlare lo spessore culturale e professionale in base al bikini o un abito succinto. È ora di agire con prontezza e lungimiranza. Per queste ragioni, desidero rivolgere un appello a tutti i Parlamentari, ma soprattutto alle donne presenti in Parlamento, di attivarsi al fine di:

  • Sospendere il provvedimento disciplinare nei confronti della maestra in attesa di una riflessione più approfondita. Il licenziamento, in questo contesto, sembra una punizione sproporzionata e ingiusta.
  • Aprire un dibattito legislativo per stabilire linee guida chiare e moderne che definiscano il confine tra vita privata e doveri professionali dei docenti. La normativa attuale è vaga e lascia spazio a interpretazioni moralistiche e discrezionali.
  • Promuovere un dialogo culturale che educhi la società a distinguere la competenza professionale dalle scelte personali, tutelando la dignità della scuola senza sacrificare la libertà individuale dei suoi membri.

La dignità della scuola si difende investendo in aule migliori, in stipendi più dignitosi, in formazione continua. Non si difende con provvedimenti che puniscono la vita privata dei suoi membri.  La storia di Elena Maraga non è un caso isolato, ma un campanello d'allarme che avverte su quanto il confine tra pubblico e privato sia diventato labile. Sensibilizzare giornaliste e parlamentari su questa vicenda significa stimolare una riflessione necessaria sul futuro della vita professionale e sulla regolamentazione dei comportamenti online, per evitare che altre professioniste si trovino nella stessa situazione.

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