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Parlamento sordo e grigio quel 16 Novembre.

Crisi, malcontento e irrequietezza combustibili della degenerazione.

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La grande guerra è finita. Il tricolore sventola nelle piazze, la bestia asburgica è stata domata. Quello del 1918 è un trionfo sghembo. La giovane Italia piange di dolore e gioia. Lacrime agrodolci, visi scavati, ossa a fior di pelle. Non c’è più tempo per festeggiare, seppellire i morti e ripartire. Ripartire è l’imperativo categorico. Mancano i mezzi, mancano i capitali e di conseguenza anche le energie. Flebile ripresa e nuova crisi. Nel 1919 le elezioni segnano il trionfo dei socialisti. Si susseguono governi incompetenti e inconcludenti. Le sinistre son spezzate. Serve tutto tranne che indecisione e i leader liberali son tutt’altro che decisi. Nelle strade imperversano bande di reduci, di socialisti, di malviventi, di affamati. La tensione è alle stelle, la grande industria riconvertita ha paura. Teme i Rossi, teme una caduta del già basso potenziale d’acquisto. Teme per la stabilità del proprio potere. La salvezza pare alle porte: Neri armati riportano l’ordine a colpi di manganello  e drink lassativi. Nonostante ciò ottengono un magro consenso alle elezioni del 1919. Il pericolo socialista pare sventato, i neri forse non son più necessari. Il duce deve agire e marcia su Roma. Entra nella città eterna passeggiando sul fiammante tappeto stesogli da sua Maestà. È il 16 Novembre del 1922, il carisma del condottiero della bande nere ammutolisce il parlamento:

“(…) io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle camicie nere, inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia della Nazione. Mi sono rifiutato di stravincere, e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ci abbandona dopo la vittoria. Con trecento mila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, (…) Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento (…) Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto…”

Il grande capo promette di applicare i buoni propositi del suo gruppo: “Non sono ahimè i programmi che difettano in Italia: sibbene gli nomini e la volontà di applicare i programmi. Tutti i problemi della vita italiana, tutti dico, sono già stati risolti sulla carta: ma è mancata la volontà di tradurli nei fatti. Il Governo rappresenta, oggi, questa ferma e decisa volontà”. In realtà Mussolini riuscì a ottenere buoni risultati. Risollevò l’economia e affievolì la conflittualità sociale. Come raggiunse i suoi scopi? Il duce stesso ammise di aver preso il potere fuori dalla legalità costituzionale: “Ho costituito un Governo di coalizione e non già coll'intento di avere una maggioranza parlamentare, della quale posso oggi fare benissimo a meno”.
Una delle pagine più buie della storia della penisola al principio del capitolo nero del mondo. Sembrava una pace. In realtà -come disse l’ufficiale francese Foch- fu solo un armistizio (violento) di vent’anni.

 

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