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Scuola, il tetto del 30% agli alunni stranieri si scontra con la realtà demografica e logistica

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La proposta governativa di introdurre un tetto massimo del 30% per la presenza di studenti stranieri nelle classi continua a sollevare perplessità tra i dirigenti scolastici e le associazioni di categoria, che ne mettono seriamente in dubbio l’effettiva applicabilità. Sebbene la misura sia mossa dall'intento di favorire un'integrazione più equilibrata e migliorare la qualità della didattica, il provvedimento rischia di rimanere una dichiarazione d'intenti priva di riscontri pratici, non tenendo conto delle profonde differenze demografiche che caratterizzano il territorio nazionale.

Il primo e più evidente ostacolo, denunciato dai sindacati della scuola, risiede nella marcata polarizzazione demografica all'interno dei centri urbani e dei distretti industriali italiani. In molte di queste realtà, la percentuale di residenti di origine straniera è elevata e supera di gran lunga la soglia ipotizzata dall'esecutivo. L'applicazione rigida di un simile vincolo matematico imporrebbe di escludere decine di bambini dalle scuole di prossimità, ovvero gli istituti scolastici più vicini alle loro abitazioni. Una scelta che costringerebbe i nuclei familiari a complessi e penalizzanti spostamenti logistici all'interno dello stesso comune o verso i centri limitrofi.

A complicare lo scenario si aggiunge un deficit strutturale sul fronte delle infrastrutture. La carenza di servizi di trasporto pubblico locale dedicati e l’assenza di fondi per istituire servizi di scuolabus rischiano di paralizzare l'iniziativa. I presidi sottolineano che, in assenza di coperture pubbliche, l'onere del trasferimento ricadrebbe sulle spalle delle famiglie, molte delle quali si trovano già in condizioni di vulnerabilità economica o non dispongono di mezzi propri. Il pericolo, paventato dagli addetti ai lavori, è quello di alimentare la dispersione scolastica, finendo per privare i minori del fondamentale diritto allo studio nella scuola dell'obbligo.

Nel dibattito, i dirigenti ricordano inoltre che il limite del 30% per la presenza di alunni non italofoni nelle classi non rappresenta un elemento di novità. Tale vincolo è infatti già previsto da una circolare ministeriale emanata nel 2010. Nel corso degli ultimi quindici anni, tuttavia, quella disposizione è rimasta inapplicata in migliaia di istituti proprio a causa delle deroghe concesse dagli uffici scolastici regionali, costretti a cedere di fronte all'impossibilità di ridistribuire gli iscritti. Reintrodurre oggi lo stesso sbarramento sotto forma di decreto, senza aver prima risolto i nodi legati alla capienza delle aule e alla disponibilità di personale, significherebbe ignorare un fallimento burocratico già certificato dalla storia scolastica recente.

Di fronte a questo scenario, l'Associazione Nazionale Presidi (ANP) e le forze sindacali indicano una strada alternativa al contingentamento numerico: il potenziamento degli organici e degli strumenti di supporto. La priorità, secondo la comunità educante, non è decidere quanti alunni stranieri debbano sedere in una classe, ma investire in docenti specializzati nell'insegnamento dell'italiano come seconda lingua (L2), in mediatori culturali e nel potenziamento dei percorsi di tempo prolungato. La tesi di fondo resta una: solo trasformando le classi in laboratori permanenti di integrazione si potrà garantire il successo formativo di tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro cittadinanza o dal quartiere in cui risiedono.

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