Champions League, cielo blaugrana sopra Berlino

Alla Juve non basta Morata

pubblicato il 06/06/2015 in Sport da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Neymar, mattatore assoluto nell'ultimo atto di Champions

Se fosse finita dopo soli 45’, per la finale di Champions League avremmo potuto pensare ad un solo titolo: Filottete ha battuto Achille.

Nel Barcellona potente come un esercito troiano pieno di Ettori aspetti Neymar, aspetti Messi, aspetti Piqué, e chi ti segna, dopo soli quattro minuti dal fischio d’inizio? Un relativamente sconosciuto Ivan Rakitiċ, centrocampista svizzero naturalizzato croato.  Relativamente, perché  si tratta pur sempre dell’unico croato inserito nella lista dei 50 migliori giovani stilata da un autorevole  mensile inglese del settore, World Soccer.

Improvvisamente, a Berlino, lì dove nove anni prima la nazionale italiana aveva celebrato il suo ultimo grande trionfo mondiale, l’Allegra Armata si ritrova a combattere contro le proprie fragilità: il Barcellona attacca, pressa, affonda, pialla, e la Juve, frastornata dal gol indesiderato, e priva di Chiellini, uno dei sui perni in difesa, contiene come può farlo uno sparring partner. Il cronometro deve superare il ventesimo perché si vedano finalmente i bianconeri riprendere fiato e uscire dall’assedio: ma c’è troppa precipitazione davanti a Ter Stegen. Sicché anche il finale di frazione è nel segno dei blaugrana di Luis Enrique, con un doppio Luis Suarez (38’ e 39’).

Al rientro dagli spogliatoi, nulla sembra cambiato rispetto al copione del pre-pausa. La Juventus rischia di capitolare per ben due volte: al 49’ è miracoloso Buffon su Suarez esattamente come lo era stato in chiusura di primo tempo. Due minuti dopo un sontuoso sinistro di Messi su sponda del solito Suarez finisce alto. Dalla morte sfiorata alla resurrezione: al 55’ la Juve pareggia, grazie ad Álvaro Morata. E chi altri, se non il “bello di notte”,  avrebbe potuto farlo? Lo spagnolo, però, non è stato che il terminale di una bella azione corale costruita dalla Juventus. Colpo di tacco di Marchisio, cross di Lichtsteiner, tiro di Tevez. E po si avventa lui, l’iberico Boniekino.  

Partita riaperta, Juve decisamente più in palla ma Barcellona tutt'altro che in disarmo. Al 68' un destro a giro di Tevez dal limite dell'ara catalana si perde sul fondo.  Risponde due minuti dopo  con un'azione in solitaria Messi, che però finisce chiuso in sandwich tra Pirlo e Vidal.  Due minuti dopo l'onnipresente Suarez riesce finalmente a mettere la sua firma nel tabellino: è il 2-1 per il Barcellona, ma il merito all'85% è di Messi, l'uruguaiano infatti non fa altro che perfezionare un tiro dell'argentino respinto centralmete da Buffon. Nel suo momento migliore la Juve si trova nuovamente fiaccata, e il cammino si rifà duro come nel primo tempo, se non di più. 

Il Barcellona, infatti, non si ferma mai. Al 71' Neymar segna di testa ma mettendoci la mano de Dios (anzi, el brazo de Dios): che il brasiliano non sia Maradona lo si vede dal fatto che l'arbitro si accorge del suo tocco con l'avambraccio, e annulla il 3-1. Ma è destino che l'ultimo colpo della serata debba essere il suo: all'82', infatti, Piqué sbaglia il gol ammazzapartita servitogli su un piatto d'argento da Pedro, e i catalani debbono aspettare il 97' perché un siluro angolatissimo  di Neymar trafigga nuovamente il n.1 sabaudo.

Alla Juve, al fine di rimettere in carreggiata la gara, non giova, purtroppo, l'ingresso di Llorente, nè tantomeno un  Marchisio generosissimo fino all'ulrimo (e uno dei migliori della serata, insieme ad Evra), e neppure il solito passo illuminato e illuminante di Pirlo (forse un passo d'addio, qui nel cuore del Brandeburgo; di sicuro lo è stato quello di Xavi nelle file blaugrana): al Barcellona va la quinta Coppa dalle grandi orecchie della sua storia, a Luis Enrique il primo personale triplete della sua carriera di allenatore (Liga, coppa del Re e, appunto, Champions League). Con Allegri, in cerca dello stesso prestigiosissimo traguardo, una sfida nella sfida. La Roma rimembri e si mangi un po' le mani...

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