NUOVE SCOPERTE IN CAMPO MEDICO: IL PACEMAKER BIOLOGICO

Los Angeles: pollice in su per i risultati degli esperimenti sul gene contro le aritmie.

pubblicato il 18/07/2014 in Scienza e Tecnologia da Veronica Murru
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Veronica Murru

Si chiamano cellule auto-ritmiche e salverebbero la vita di milioni di persone affette da aritmie gravi.
Il responsabile dell'attivazione di queste cellule è un gene che dei brillanti studiosi californiani hanno impiantato per la prima volta su maiali da laboratorio con frequenza cardiaca molto bassa.
I risultati sono stati più che soddisfacenti e si prospetta l'applicazione sull'uomo fra qualche anno.

I cardiologi del Cedars-Sinai Heart Institute di Los Angeles lo hanno spiegato sul Science Translational Medicine: si tratta di un impianto mini invasivo di un gene chiamato TBX18. Il gene in questione induce le cellule staminali, presenti nel nodo seno-atriale, a produrre impulsi elettrici in grado di ristabilire e controllare il ritmo cardiaco regolare.
Eduardo Merbán, che ha guidato il team di ricerca, ha spiegato il successo del trattamento sui maiali da laboratorio che riscontravano una patologia bradicardica.
Una volta impiantato il gene TBX18 attraverso un catetere, in un paio di giorni, esso è arrivato al cuore degli animali. Le cellule cardiache sono state riavviate dal gene riprendendo la loro attività elettrica regolare e quindi aumentando il battito cardiaco dei suini. L'effetto della terapia ha manifestato il suo culmine entro 8 giorni ed è sceso poi dopo due settimane.
Se pur limitato nel tempo, il “pacemaker biologico” sarebbe un importatissimo strumento soprattutto qualora il paziente, in questo caso umano già in possesso del congegno elettronico, si dovesse trovare obbligato a sospendere il trattamento per il possibile insorgere di infezioni dovute al rigetto temporaneo del pacemaker, così salvandogli la vita.
Eugenio Cingolani, collaboratore e collega di E. Marbán, ha ipotizzato che, con molta probabilità, sarebbe possibile anche per i feti nel ventre materno intervenire con la procedura del gene TBX18 evitando un blocco cardiaco congenito.
Non ci resta che aspettare qualche anno per assistere ai primi esperimenti sull'uomo e confidiamo in una sempre migliore applicazione di quella che oggi è un apprezzabile passo avanti nell'ambito medico-scientifico.

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