Neuroetica. Siamo buoni o cattivi?

Gli scenari della coscienza umana allo studio della scienza

pubblicato il 07/02/2020 in Scienza e Tecnologia da Giorgio Nadali
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Giorgio Nadali

di Giorgio Nadali

Gli scenari della neuroetica possono sembrare fantascienza, ma i progressi nel campo della neurologia e delle neuroscienze stanno portando queste nozioni più vicino alla realtà. Neuroscienziati, neuroclinici e neuroetici, possono lavorare insieme per realizzare grandi progressi e proteggere le persone da quelle che potrebbero essere considerate applicazioni inappropriate delle nuove tecnologie. La neuroetica è stata definita come “lo studio delle questioni etiche, legali e sociali che emergono quando le conoscenze scientifiche sul cervello sono trasferite nella pratica medica, nelle interpretazioni giuridiche, nelle politiche sociale e della salute”. William Safire ha descritto la neuroetica come “l'esame di ciò che è giusto e sbagliato, buono e cattivo sul trattamento, perfezionamento e  manipolazione del cervello umano”. La domanda scottante che circonda l'uso di dispositivi di interfaccia cervello-macchina (BMI) è se debbano essere usati e in quale misura, soprattutto in vista delle implicazioni etiche che sorgono sugli aspetti sociali e giuridici della vita umana. L'avanzare della tecnologia, può essere sfruttata per compromettere la qualità della vita.

Dal momento che gli effetti dei BMI possono essere sia positivi che negativi, è indispensabile affrontare la questione etica che li riguardano. Sino a che punto siamo liberi nelle nostre decisioni? Recenti studi hanno dimostrato che una nostra azione può essere preceduta da dieci secondi di eventi cerebrali che determinano causalmente quell’azione. Michael Gazzaniga – uno dei più noti neuroscienziati – ha condotto studi per spiegare la genesi neurofisiologica delle pratiche morali. Tra le molte pubblicazioni ha scritto Free Will and the Science of the Brain (“Libero arbitrio e la scienza della mente”), mentre di un altro studioso – Lawrence Tancredi – indaga il rapporto tra moralità e cervello nel suo libro Hardwired Behavior: What Neuroscience Reveals About Morality. Dagli studi oggi sembra proprio che abbiamo tutti quel piccolo nucleo di senso morale innato – come sostiene Wilson nel suo libro “The moral sense”, opponendosi fermamente all’ipotesi che la moralità sia determinata interamente dalla cultura. Se è così, questo sembrerebbe indebolire gli argomenti del relativismo morale e di elevare parole come “valori” e “etica” ad un stato leggermente superiore a “gusti” o “preferenze”. Questa è una distinzione etica cruciale. Tra le altre cose ci permette di vedere gli esempi moderni di disumanità dell'uomo verso gli altri come gli orrori che sono, come tradimenti dell’umanità, piuttosto che come semplici pratiche scelte liberamente da una cultura.

Ho chiesto un approfondimento ad un esperto: il dottor Michele Sforza del Cestep (Centro per lo studio e la terapia delle psicopatologie).

Dottor Sforza, qual è il rapporto tra libertà, volontà e neuroscienza?

È un rapporto molto complesso. Affondano le radici in cose diverse.

La scienza potrà intervenire sulla coscienza?

Non lo sappiamo. La scienza sta studiando moltissimo la coscienza, che è una delle funzioni della nostra psiche. Oggi non sappiamo a cosa serve la coscienza. Oggi riteniamo che la coscienza sia un’interazione tra aspetti emozionali profondi e consapevolezza.

Il senso morale è innato come sostiene James Q. Wilson?

Sì, il senso morale è ciò che ci fa piacere e ci lascia vivi. Nel nostro cervello piacere e sopravvivenza sono prioritari. La costruzione di concetti condivisi, principi, valori, vanno a completare ciò che già dentro di noi abbiamo, il bene e il male. Noi siamo cultura e natura. Non sappiamo quanto viene dalla natura e quanto dalla natura. Abbiamo delle basi affinché la cultura possa aggiungere qualcosa alla natura, alle funzioni già dentro di noi. Da non dimenticare poi le esperienze personali.   

E’ possibile misurare l’eticità? Come?

Più che misurare l’eticità si è cercato di inquadrare il tipo di evoluzione etica nella maturazione dei sistemi neuronali, soprattutto la corteccia frontomediale e l’amigdala. I sistemi maturano nel tempo e a questo contribuiscono anche aspetti sociali.

C’è una base biologica alla cattiveria umana?

La cattiveria avviene quando l’aggressività è usata in modo distorto. Alcune persone non riescono a valutare le loro azioni

Perché alcune persone non malate psichicamente provano piacere nel fare il male agli altri?

Sembra che gli psicopatici non abbiano la possibilità di gestire le emozioni, che vengono bloccate. Per chi non è malato il dolore inflitto agli altri viene messo erroneamente in contatto con gli stimoli del piacere, ma non sappiamo il perché. Nel mobbing spesso la ragione è utilitaristica. Nel bullismo c’è la ricerca di potenza.

C’è una base neurologica della violenza?

Sicuramente. Ognuno di noi ha delle caratteristiche che si combinano con le situazioni sociali

Quali saranno gli scenari futuri della neuroetica?

La neuroetica rientra negli studi sul cervello. L’etica non è solo un fatto filosofico o religioso.

La scienza potrà ottenere cittadini modello intervenendo sul cervello?

Maggiori sulle conoscenze che abbiamo sul sistema celebrale, maggiori saranno le possibilità che avremo di intervenire sul cervello. Probabilmente potremo intervenire sulle cause che provocano le psicopatologie. Attualmente si stanno migliorando le capacità di apprendimento grazie alla magnetoterapia con risultati modesti e provvisori. 

C’è un modo di essere unico ed esclusivo per ciascun essere umano?

Sì, anche due gemelli monozigoti si differenziano.

Quale ruolo hanno le emozioni nelle nostre scelte?

Un ruolo molto importante. Una parte delle nostre scelte è influenzato dalla parte emozionale. Pare che la ricerca si stia indirizzando verso un criterio che preveda sia le scelte emozionali, sia all’aspetto metacognitivo.

Da cosa nascono vizio e dipendenza?

Il vizio è un’abitudine gradevole, ma seppur sempre sotto il controllo della persona. Non c’è l’impossibilità di smettere. Nella dipendenza invece ormai è andata persa la possibilità di fermarsi. Il limite tra vizio e malattie è molto labile.

Lei è autore del capitolo “L'utilizzo di Internet fra normalità e malattia” nel libro di autori vari: “Psicoanalisi, identità e Internet. Esplorazioni nel cyberspace”. Cosa può dirci su Internet e dipendenza?

Le dipendenze sono la ripetizione coatta di cose che danno gratificazione, che piacciono. In alcune persone il rewarding system delle gratificazioni è sballato e tendono a ripeterle all’infinito. Non hanno freno. Trascurano la vita, gli affetti e il lavoro e crea loro problemi. Dentro di sé questa persona è predisposta ad ammalarsi, ma non sappiamo perché. È una malattia.

Quindi non c’è colpa. È una disgrazia?

Esatto. La psicologia entra in campo solo quando un’attività diventa dannosa – è patologia – e c’è dipendenza. Se invece – riferito agli adulti – non c’è alcun danno a se stessi è solo un piacere. La condanna nel “vizio” riguarda solo la cultura e la religione. Vivi e lascia vivere.   

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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