LA SCUOLA COME PALESTRA DI FELICITÀ, CE LO SPIEGA LO PSICOLOGO E PSICOTERAPEUTA DAVIDE PAGNONCELLI

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 06/09/2019 in Salute e alimentazione da Francesca Ghezzani
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Francesca Ghezzani

Il Dottor Davide Pagnoncelli, psicologo e psicoterapeuta, è autore del libro “Figli felici a scuola” e, in vista dell’imminente ritorno sui banchi, ci spiega come migliorare l’esperienza scolastica dei ragazzi con l’aiuto di un “allargacervelli”.

 

Per prima cosa, dottore, due parole sull’aggettivo “allargacervelli”, in netta contrapposizione con il ben più noto “strizzacervelli”: c’è ancora bisogno di riscattare la figura dello psicologo da questo epiteto?

Più che riscattare la figura dello psicologo, c’è bisogno di rivisitarla affinché venga percepita soprattutto in positivo. “Strizzacervelli” sa di stantìo e di negativo: il cervello ha necessità di essere “allargato”, ampliando prospettive e punti di vista.

Cerco di allargare il mio cervello e quello degli altri: in ognuno esiste questa possibilità. Il mio motto è: “Ognuno ha dentro un allargacervelli”.

 

Nel titolo del suo libro cita l’aggettivo “felici”, cosa ci impedisce di tendere alla felicità o, almeno, alla condizione di serenità?

Noi naturalmente tendiamo, desideriamo, vogliamo essere felici. Molti cercano la felicità spesso in direzioni non opportune, disfunzionali oppure con modalità non consone alla loro identità profonda. Non raramente c’è chi cerca la felicità nell’accumulo di cose o credendo di trovarla prevalendo - in modo più o meno esplicito - sugli altri, contro qualcuno. La felicità autentica si trova estraendo il meglio di se stessi e condividendolo, compartecipandolo: ciò attraverso un cammino di consapevolezza sempre in essere. Perché l’esistenza è un cammino, un training continuo, mai conclusivo, mai tracciato una volta per tutte.

 

Quali sono i mali maggiori della società odierna di cui le persone in generale e, più in particolare, i giovani sono vittime?

Ne cito in particolare due, particolarmente devastanti: a) il narcisismo (non raramente mascherato dietro apparente disponibilità, una presentazione dimessa oppure mascherata da presunti “alti ideali”); b) le dipendenze sia da sostanze che – soprattutto - senza sostanze.

Nel primo caso, troppe persone usano solo specchi… per specchiarsi in modo autoreferenziale. Invece c’è bisogno di finestre con vetri trasparenti per connettersi col mondo e con i molteplici individui e le variegate comunità. Solo guardando oltre la propria finestra, si possono individuare orizzonti nuovi e stimolare un allargamento di prospettive che offrano un senso alla propria esistenza. I narcisisti - ovviamente autocentrati e autoreferenziali, alla stregua della “principessa (o principino) sul pisello” della nota fiaba - desertificano il linguaggio, la comunicazione, le relazioni e sbarrano porte e vie verso speranze nuove e progetti migliori.

In sintesi, il narcisista azzera l’intelligenza sociale, deforma e svilisce il sentimento sociale e mina le fondamenta stesse della società.

Nel secondo caso, le dipendenze da sostanza (per es. alcol e droghe di vario tipo) e le dipendenze senza sostanze (in particolare il gioco d’azzardo patologico e la dipendenza da cellulare e web) sono purtroppo pericolosamente in aumento, anche tra gli adolescenti.

Queste ultime meriterebbero un serio approfondimento, non dovrebbero essere culturalmente sottovalutate e dovrebbero essere combattute con progetti educativi e formativi ricorrenti, rivolti sia agli adulti che ai bambini, ai ragazzi. La scuola ha certamente un ruolo centrale e va sostenuta sia con risorse economiche adeguate, sia con l’apporto di personale esperto.

 

Si può educare alla felicità passando attraverso l’esperienza scolastica?

Sicuramente! Non è certo facile, però è possibile! La scuola ha un compito significativo in tal senso. Sappiamo tutti che la scuola spesso è stata - e può essere - fonte di profondi drammi! Nonostante tutto la scuola può diventare una palestra di felicità, uno spazio relazionale fondamentale per evolvere come persone e per coniugare intelligenza emotiva e intelligenza sociale.

Nel mio libro “Figli felici a scuola” racconto la mia esperienza di 18 anni come responsabile di un Servizio Psicologico di sistema molto strutturato e riporto anche molteplici osservazioni, vissuti e suggerimenti acuti e straordinari di vari studenti con cui ho interagito e che mostrano quanto la scuola possa essere attivatrice di risorse, di gratificazioni e, quindi, anche di felicità. Nella scuola lavoro da parecchi anni e ho raccolto molteplici e sane gratificazioni…

 

Pedagogia vs. Psicologia o possono convivere?

Non servono scontri tra professionisti dell’educazione e della salute, intesa in senso ampio; ogni professionista non può pretendere di avere “la scienza infusa” e credo debba operare facendo rete con altre professionalità (non solo di tipo pedagogico). Vanno comunque precisate molto bene le competenze specifiche di ognuno, senza nessuna scorciatoia possibile e con percorsi formativi rigorosi, verificabili ed esperienziali.

Per ogni professionista andrebbe resa obbligatoria anche una formazione ad hoc relativa alla propria personalità affinché sui bambini e sui ragazzi non vengano proiettate in modo devastante - come è già capitato - le problematiche personali non risolte del singolo professionista.

 

Che studi ha condotto per scrivere il suo libro?

L’elenco sarebbe lungo perché mi è sempre piaciuto - e ho ritenuto un mio dovere etico- continuare a formarmi e aggiornarmi al di là degli obblighi istituzionali.

In sintesi, oltre la laurea, due scuole quadriennali di Psicoterapia (una in Psicoterapie Brevi e una in Psicoterapia Psicoanalitica ad orientamento adleriano), un corso triennale di Teatroterapia con l’aggiunta di ricorrenti seminari operativi in varie città, una serie di seminari di Arteterapia, di Fototerapia, di Metodo Caviardage (metodo registrato) e la frequenza di vari laboratori con l’uso di contenuti e metodologie artistiche (per esempio la poesia…).  E poi plurime esperienze di vita in contesti e con persone di ogni tipo che mi hanno arricchito non poco…

 

Come è strutturata la sua attività?

Ormai da ben 20 anni sono presente e opero in quattro scuole (dalla Primaria alla secondaria di primo e secondo grado) dal 1 settembre al 30 giugno di ogni anno scolastico con presenza settimanale almeno di una mattina piena in ognuna di esse, più eventuali incontri di programmazione e partecipazione a riunioni di vario tipo in orari pomeridiani o serali.

La mia attività si articola ed è centrata in particolare su cinque punti:

- orientamento degli alunni al fine di favorire una migliore conoscenza di sé e stimolare uno sviluppo gratificante delle potenzialità e capacità personali,

- consulenza individuale, di coppia, genitoriale o familiare per precisare e ricercare strategie utili ad affrontare alcune problematiche,

- formazione di psicologia sociale e dell’educazione per i genitori attuata con lavori di gruppo e l’utilizzo di metodologie attive,

- collaborazione con i docenti ed i consigli di classe per approfondire la conoscenza delle situazioni di disagio evolutivo degli alunni e per ricercare metodologie che favoriscano l’apprendimento e la crescita personale,

- intervento nelle classi o in piccoli gruppi su varie tematiche con l’obiettivo di incoraggiare una maturazione individuale positiva, di sviluppare il sentimento sociale e di ricercare valori comuni di riferimento.

I criteri di riferimento sono i seguenti:

il Servizio Psicologico cerca di privilegiare, individualmente o in gruppo il “lavoro sulla relazione” docente-alunno, genitore-figlio, docente-genitore. Non è sufficiente, infatti, trasmettere informazioni ed insegnare senza tener conto delle variabili socio-affettive, senza educare anche l’intelligenza emotiva ed il sentimento sociale.

Credo che all’interno della scuola sia importante che lo psicologo abbia meno il ruolo di colui che interviene direttamente e prevalentemente sui “casi specifici” (cosa spesso impossibile ed infruttuosa per esigenze di tempo) e più di colui che si focalizza su alcuni aspetti cruciali dal punto di vista comunicativo, sociale, emotivo, organizzativo e didattico per favorire - dal proprio punto di vista - i cambiamenti possibili o l’eliminazione di talune interferenze che frenano l’apprendimento e la maturazione globale degli alunni.

Non è funzionale affrontare solo i problemi, ma è essenziale favorire progetti, relazioni significative e far venire alla luce potenzialità nascoste, sia dei singoli, sia dei gruppi, sia delle istituzioni.

È preferibile sostituire alla diagnosi degli errori, che richiama la conseguente calendarizzazione delle negatività, la diagnosi dei punti di forza e il monitoraggio delle positività concrete.

 

Siamo tutti presi da tecnologia, social media e smartphone tanto da esserne diventate vittime, ma lei incoraggia l’ascolto… Come deve avvenire affinché questo sia efficace e induca al dialogo con i giovani?

L’ascolto autentico non si ferma a quanto appare o viene detto in superficie; l’ascolto profondo entra in connessione empatica con gli aspetti più genuini e, spesso, meno evidenti e conosciuti delle persone. Perché noi sappiamo più di quello che comprendiamo.

L’ascolto profondo consente a ognuno di essere capito, compreso e valorizzato e, inoltre, stimola una relazione costruttiva e di fiducia.

 

Ritiene che dietro a brutti voti si nascondano problematiche ben più grosse?

Senza generalizzare, troppo spesso purtroppo è così! Anzi dirò di più: in presenza di voti negativi di un alunno in una o più materie, nella stragrande maggioranza dei casi si scopre un rapporto disfunzionale o addirittura negativo con uno o più docenti; è sufficiente ampliare e approfondire l’osservazione…

 

Occorre che educatori, insegnanti, psicologi lavorino in sinergia con genitori e nonni?

È assolutamente necessario che si attui una collaborazione operativa tra i vari “attori in gioco”: nessuno può operare da solo!  Nel libro illustro e mostro che è possibile una sinergia: pur brevemente per esigenze di spazio, preciso numerosi progetti realizzati con spirito comunitario, taluni innovativi e originali. Ovviamente occorre una buona dose di pazienza, saper intessere connessioni con ogni - sottolineo ogni - componente del personale scolastico ed essere aperti a ipotesi creative.

La scuola è un sistema complesso con ritmi di funzionamento e tempi di evoluzione da tenere ben presente. Ho collaborato anche con alcuni nonni molto aperti, nonostante l’età, alle innovazioni e a mettersi in gioco con spirito di ricerca. Anche in altre scuole, si sono già realizzate esperienze di interazioni positiva tra nonni e nipoti.

 

Ha fiducia nei giovani di oggi e, quindi, negli adulti di domani?

Ho certamente fiducia nelle nuove generazioni non per petizione teorica di principio, ma per le esperienze che ho vissuto. Nel mio libro un’ampia parte è riservata alla raccolta di vissuti e osservazioni di numerosi alunni (e ce ne sarebbero tante altre…) che evidenziano interiorità ricche, acuta capacità di critica (positiva o negativa) e profonde risorse umane, parecchie commoventi. 

Tocca a noi adulti metterci in atteggiamento di ascolto profondo, scevro da pregiudizi! Non possiamo valutare le nuove generazioni solamente per quanto scrivono i giornali, si sente in Tv o circola in rete: entriamo in contatto emotivamente con il mondo dei giovani!

Una società che non investe nel proprio futuro è una società destinata alla consunzione: i bambini e i ragazzi sono il nostro futuro!

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