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Francesca ha perso un caro amico e dedica il suo spazio al lutto, a chi soffre della morte di una persona amata

Psiche, cuore e dintorni con la psicologa Francesca Niccheri

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Viviamo in una società che corre su binari veloci, dove il piacere si collega al consumo rapido, se non immediato e l'immagine sembra avere più importanza del vissuto interiore. La morte e il lutto sono sempre più fatti privati e non condivisi perché il dolore è un elemento, che più o meno esplicitamente, siamo invitati a negare.

Nella società veloce, mostrare dolore può essere vissuto con imbarazzo, inadeguatezza, siamo pervasi dall'appello a non turbare il vivere civile, la sofferenza è considerata inutile, fastidiosa, elemento che rallenta il fare quotidiano. Il problema è che attraversare il dolore, e nel caso specifico il dolore della perdita, è fondamentale per affrontare la successiva fase della vita, ciò che non è elaborato, porterà, con buona probabilità, a momenti successivi di disagio, a livello emotivo e/o psichico e fisiologico. Per rendere l'idea, è come se vivessimo con una zavorra ancorata al piede, che rallenta e rende più faticosi e meno godibili i nostri passi successivi. Il paradosso è che la morte accomuna tutti gli esseri umani, è un elemento universale e un tempo era considerata una tappa propria della vita. In passato i riti di separazione erano ben visibili e condivisibili: i famigliari, gli amici si recavano a vegliare il morto, a porgergli l'estremo saluto.

L'usanza di vestire di nero, anche nel lungo periodo, segnalava che quella persona stava vivendo il dolore della perdita, era riconoscibile agli altri. In alcuni luoghi vi è l'usanza di mangiare insieme dopo la cerimonia funebre, si tratta di un rito di solidarietà, di condivisione. Potere stare insieme, circondati, da persone care, può alleviare la tensione dell'addio e procurare conforto; ciò non significa che dobbiamo adottare rituali che non sentiamo appartenerci, ma è possibile crearne di propri. Molte persone rimpiangono di non aver detto o fatto alcune cose per i loro cari defunti, e trovare il modo personale  per sopperire a ciò che viene vissuto come mancanza può essere d'aiuto all'elaborazione del lutto. Nella letteratura classica, il lutto viene diviso in tre fasi, che in realtà non sono così nettamente distinte, ma possono accavallarsi, alternarsi, sovrapporsi. La prima fase implica la negazione, il rifiuto, l'incredulità e la presa d'atto.

L'angoscia può essere vissuta come impossibile da superare, si oscilla tra la ricerca del contatto con la persona persa, l'impatto con la realtà del mancato incontro e la disperazione. In questa fase è necessario attraversare un "tempo interiore" per confrontarsi con la morte del proprio caro e ammettere e integrare la realtà. Nella seconda fase si vivono emozioni quali la paura di quel che sarà il futuro, il senso di colpa e la rabbia per ciò che si pensa si sarebbe dovuto fare e non si è fatto, ma anche per il vissuto abbandonico. Il rischio di questa fase è che una rabbia perdurante impedisca di elaborare la perdita, negando la possibilità di far emergere e riconoscere altri sentimenti negativi. La terza fase consiste nell'accettare la morte, il distacco dalla persona cara, riconfermando l'affetto che ci lega a lei, tramite sentimenti di tenerezza e malinconia. Ho insistito, particolarmente, sulla visibilità del lutto perché una piena elaborazione del dolore, non può prescindere da una condivisione con gli altri.

La rete sociale è un elemento indispensabile per un pieno superamento della crisi, la richiesta di aiuto deve essere vissuta come lecita, cosa che, purtroppo, può non accadere, a causa degli stereotipi sociali; manca la consapevolezza che uno stress acuto o prolungato nel tempo può condurre a una modificazione importante dei circuiti cerebrali e che potrebbe rendersi necessario rivolgersi a un professionista, per farsi aiutare a ripristinare un equilibrio di base, per la successiva elaborazione del lutto.  Il mio invito è  pensare a quanto la mancata condivisione dell'evento luttuoso impedisca di confrontarsi su un tema che riguarda ogni essere vivente, che, se condiviso, potrebbe aiutare ad attribuire dei significati diversi alla vita e a viverla con maggiore pienezza, riducendo la paura della nostra stessa morte, nella consapevolezza che viviamo in una continuità, dove chi ci ha preceduto se n'è andato per farci il dono di vivere e che con la nostra morte faremo lo stesso regalo alle generazioni successive.                                                                                

 

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