Leucemia, studio italiano su cellule killer

Presentato a Washington

pubblicato il 17/02/2016 in Salute e alimentazione da Gianluca Vivacqua
Condividi su:
Gianluca Vivacqua
Linfociti T

Terapie anti-cancro: l’Italia c’è, e con onore.

Il 16 febbraio, Infatti, grande protagonista al convegno di  Washington dell’Aaas (American Association for the Advancement of Science) è stata una ricerca presentata dall’ospedale San Raffaele di Milano (e dall’università collegata ad esso, la Vita-Salute San Raffaele) che ha come tema la produzione di quelle che promettono di essere le peggiori nemiche della leucemia. Le “cellule killer T geneticamente modificate”.

Queste cellule, definite nello studio come armi artificialmente prodotte dal sistema immunitario, e “in grado di convivere con qualsiasi cancro nel sistema sanguigno e contrastarlo”, sono in effetti dei normali linfociti di tipo T, cioè gli alfieri del nostro sistema immunitario. La loro modificazione genetica sta nel fatto che in laboratorio si è rafforzata la loro capacità di contrastare le cellule tumorali arricchendole col gene suicida TK, che, proprio come un kamikaze, muore dopo essersi “fatto esplodere” e quindi aver ucciso il suo obiettivo cancerogeno. Inoltre è stata potenziata la loro capacità di resistenza e di ricezione-riconoscimento (la “memoria immunologica”).

Va detto che i linfociti T, di per sé, sono un baluardo contro ogni tipo di virus e di infezione: lo sarebbero anche contro il cancro, se soltanto nell'organismo umano fossero presenti in un numero tale che però, purtroppo, non è dato trovare.  Ecco perché uno dei punti cardine del programma basato sullo studio dell’ospedale milanese – già in fase di sperimentazione, comunque –  è, oltre che “rafforzarli” e “allenarli”, anche “sparare” i linfociti nel corpo dei pazienti in numero massiccio

Al momento è allo studio la possibilità di innestare nei linfociti T altri ricettori, ancora più intelligenti e “ficcanti”: i Car (sperimentati anche negli Stati Uniti) e i Tcr. I primi risultano però in grado soltanto di riconoscere la struttura esterna della cellula tumorale, mentre i secondi  sarebbero da preferire, in quanto dotati di raggi x per vedere l’antigene all’interno della cellula.

PARTECIPA AL GIORNALE

Sei già registrato?

Accedi con login e password