Partecipa a Notizie Nazionali

Sei già registrato? Accedi

Password dimenticata? Recuperala

Vivere la scuola con la dislessia

la mia giornata tra difficoltà invisibili e strategie reali

Condividi su:

Mi presento

Mi chiamo Anna (nome di fantasia), ho 16 anni e sono dislessica! la cosa che mi fa sempre riflettere è che, quando si parla di dislessia, tutti hanno qualcosa da dire: insegnanti, specialisti, genitori, compagni, tutti ti spiegano come dovresti studiare, come dovresti organizzarti, come dovresti affrontare le difficoltà, ma la verità è che nessuno, tranne chi la vive sulla propria pelle, sa davvero cosa significhi affrontare ogni giorno la scuola con questo fardello !!

Le loro parole non eliminano la fatica, non cancellano le ore infinite passate a cercare di capire, non risolvono l’ansia di restare indietro.

La mia è una difficoltà invisibile che molti interpretano male, la prima grande sfida è combattere gli stereotipi perché c’è ancora chi crede che la dislessia significhi poca intelligenza o scarso impegno, quando in realtà non riguarda la capacità di capire, ma il modo in cui il cervello elabora lettura, scrittura e informazioni.

Mi capita spesso di sentirmi dire: “Ma non sembri dislessica!!”, una frase che dimostra quanto questo disturbo sia invisibile agli occhi degli altri perché non veramente conosciuto e compreso.

La realtà scolastica dietro le quinte

Le mie giornate a scuola sono simili a quelle dei miei compagni, ma quello che faccio a casa è completamente diverso, per studiare devo creare schemi, usare colori, dividere il lavoro in piccoli blocchi per non perdermi, le mappe concettuali sono essenziali per me, però nella mia scuola i PDP (Piani Didattici Personalizzati) prevedono che siano accettate solo se autoprodotte.

Questo significa leggere tutto, sintetizzare tutto e poi riorganizzare tutto, un processo che richiede ore interminabili, spesso molte più di quelle necessarie ai miei compagni per studiare lo stesso contenuto.

Risultato? spesso resto indietro! mentre finisco una mappa la classe è già oltre, per questo sarebbe fondamentale un compromesso; una parte del materiale dovrebbe essere preparata dai professori, una parte da me, senza questo equilibrio, non è la materia a soffocarti, ma la preparazione degli strumenti che dovrebbero aiutarti.

Strumenti compensativi: dovrebbero aiutare, eppure qualcosa non va !!

Gli strumenti compensativi, mappe, interrogazioni programmate, tempo extra, sintesi vocale, non sono scorciatoie, ma ciò che mi permette di dimostrare davvero quello che so, eppure non tutti lo capiscono e spesso i professori non sanno organizzarli e somministrarli correttamente.

Alcuni compagni mi guardano come se fossi “avvantaggiata”, qualcuno mi ha chiamata “ritardata”, altri hanno detto che i miei voti sono alti solo perché uso le mappe o non vengo interrogata a sorpresa, sono frasi che ti feriscono e che ti fanno sentire sbagliata.

In più, molti non sanno che i PDP prevedono che potrei usare registrazioni, audiolibri o la sintesi vocale in classe, ma spesso non lo faccio per imbarazzo, perché mi fanno sentire diversa, osservata; tirare fuori le cuffie significa ammettere davanti a tutti che ho bisogno di “aiuti speciali” e così finisce che rinuncio a strumenti che potrebbero farmi davvero imparare meglio, perdendo opportunità formative importanti.

Vorrei che i miei compagni, ma anche i miei professori capiscano che gli strumenti compensativi non mi rendono privilegiata; mi permettono semplicemente di arrivare dove arrivano gli altri, se non sentissi il peso di questi pregiudizi, sarei più serena nell’utilizzarli.

L’impatto emotivo: la parte che nessuno vede

Vorrei dire che tutto questo mi ha reso più forte o più creativa, ma la verità è che mi sento stanca, spesso esausta; ci sono momenti in cui vorrei mollare tutto, mi sento inferiore, non all’altezza, come se stessi sempre rincorrendo qualcosa che gli altri raggiungono senza difficoltà e a volte penso che non ce la farò mai.

Se non avessi i miei genitori che mi supportano, mi incoraggiano e mi aiutano, forse mi sarei già arresa, sono loro a ricordarmi che valgo, anche quando la scuola sembra dirmi il contrario, la scuola dovrebbe fare di più, non chiedo privilegi ma comprensione, empatia, coerenza e un ambiente che non faccia sentire i DSA come un peso.

Servirebbero insegnanti più formati e sensibili, che non ti dicano che sei dislessica perché da piccola se caduta dal seggiolone, si perché mi è successo anche questo !! o che non si irritino quando devono predisporre un compito per me.

Gli strumenti compensativi dovrebbero essere applicati davvero, non solo scritti sul PDP.

Io non dovrei essere costretta a ricordare e precisare continuamente a molti dei miei professori come organizzare i miei compiti in classe ed interrogazioni per fare in modo che siano adeguati alle mie esigenze e non somministrati lo stesso giorno.

Una scuola inclusiva non dovrebbe fare eccezioni, ma spazio! invece spesso chi vive queste difficoltà non viene ascoltato veramente.

Il mio scopo non è dare lezioni, ma segnalare che qualcosa non va e soprattutto dire a me stessa e a tutti quelli come me che si sentono stanchi, frustrati e inferiori che dobbiamo farci sentire noi non siamo inferiori !! 

Anche se sembra impossibile, anche se gli altri non capiscono, anche se ti senti sempre indietro: non sei l’unica/o e ogni volta che continui, anche quando vorresti fermarti, stai già facendo qualcosa di enorme.

Condividi su:

Seguici su Facebook