Marina Berlusconi, Presidente di Fininvest e del Gruppo Mondadori, nonché ovviamente figlia di Silvio Berlusconi, a un mese dalla scomparsa di suo Papà, scrive una lettera dura sul quotidiano “Il Giornale”.
Dalla lettera del Presidente Marina Berlusconi, emerge il disappunto verso una certa magistratura, come nel caso della Procura di Firenze, che non si ferma di fronte alla morte e decide di riprendere imperterrita la caccia a Berlusconi, con l'accusa più delirante, quella di mafiosità. Marina Berlusconi denuncia quella che considera una persecuzione mediatico-giudiziaria e prende atto con rammarico che in un Paese dove non funziona la giustizia, è un Paese che non potrà funzionare. Per Marina Berlusconi, alcuni pm, in connubio con una parte dei media, portano avanti, in modo strumentale, vicende giudiziarie basate su tesi aberranti: “Siamo incastrati in un gioco assurdo, che ci costringe a un eterno ritorno alla casella di partenza. E’ una sensazione sconfortante, perché sembra che ogni ipotesi di ogni di riforma diventi motivo di scontro frontale, a prescindere dai suoi contenuti. La persecuzione di cui mio padre è stato vittima, e che non ha il pudore di fermarsi nemmeno davanti alla sua scomparsa, credo contenga in sé molte delle patologie e delle aberrazioni di cui la nostra giustizia è afflitta. La scomparsa di mio padre non ha mutato nulla. Dopo oltre vent’anni di inchieste, dopo una mezza dozzina di indagini chiuse su richiesta degli stessi pubblici ministeri perché non c’era alcun elemento di prova, e subito riaperti in modo da dilatare strumentalmente qualsiasi termine di scadenza, dopo che i conti della Fininvest sono stati passati per anni al setaccio senza risultato, ci sono ancora pm giornalisti che insistono nella tesi, assurda, illogica, molto più che infamante, secondo cui mio padre sarebbe il mandante delle stragi mafiose del 1993-94. È qualcosa di talmente enorme che fatico perfino a scriverlo. La lettera scarlatta giudiziaria che marca l’avversario resta indelebile, gli sopravvive. E il nuovo obiettivo è chiaro: la damnatio memorie. La guerra dei trent’anni non è finita con Silvio Berlusconi. E non riguarda certo soltanto lui perché è un Paese in cui la giustizia non funziona è un Paese che non può funzionare”.

