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Senato, da minoranza Pd sì ad elezione diretta

Intanto Palazzo Madama approva ddl Boschi

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Elezione diretta per i senatori.

Era ciò che proponeva la minoranza del Pd, con un ddl che vedeva come firmatari venticinque esponenti della corrente democratica non del tutto allineata a Renzi. Ma non del tutto contraria alla riforma costituzionale ,fiore all’occhiello del programma di governo renziano. E tutto questo proprio a poche ore dall’ultima, decisiva parola di Palazzo Madama sul superamento del bicameralismo perfetto (la riforma anche nota come ddl Boschi). Che è stata scritta nella serata di ieri,  con 180 sì e 112 no. E l’intervento pre-voto di Renzi, il quale, in vista del referendum confermativo, ha sfidato ancora una volta le opposizioni (e i gufi/rosiconi): “Vedremo se l’Italia sta o meno dalla parte di chi crede nel cambiamento”.

Dobbiamo ridare in mano ai cittadini il potere di scelta”: per far questo, il metodo individuato nel progetto di legge sarebbe il proporzionale puro, un ritorno (magari un omaggio) al passato dentro le pieghe più profonde di una riforma, quella costituzionale renziana,  tutta proiettata nel futuro. Un “usato” antico, e sicuro, incardinato in una struttura ancora per buona parte sperimentale. Con tale metodo, dice il ddl dei “venticinque”, capeggiati dai senatori Fornaro, Corsini e Gatti, è possibile scegliere 74 senatori-consigliere regionali (per quanto riguarda i 21 senatori-sindaci, invece, se la vedranno i consigli regionali).

La proposta, concepita nella  sala Nassirya del  Senato, resta valida, da qui fino al referendum: e si deve considerare come un tentativo di contributo fattivo alla riforma del Parlamento da parte della minoranza Pd, che ancora non dà certo per scontato il proprio allorché la stessa riforma andrà alla urne. “Il nostro consenso andrà guadagnato con passaggi politici coerenti”, avvertono Fornaro e gli altri.

Uno di questi passaggi potrebbe essere, per esempio, il superamento dei listini bloccati, peraltro “già bocciati dalla Corte costituzionale”. Si può partire, spiega Fornaro, “da liste con un unico candidato” per ciascun partito e in ciascuna regione, affiancate alle normali liste per le elezioni regionali. In pratica, un collegio uninominale senatoriale sarà abbinato in ogni regione al voto amministrativo territoriale. I cittadini voteranno il loro candidato al Senato, dopodiché saranno effettivamente eletti i senatori che risulteranno meglio piazzati nella graduatoria generale nazionale dei collegi, sempre tenendo conto del numero di seggi assegnati in partenza a ciascuna regione. Un sistema siffatto potrebbe andare a regime entro due anni, spiega ancora Fornaro. Vale la pena ricordare che un sistema abbastanza simile era già in vigore fino al 1993 per l’elezione della “venerabile assemblea”.

Mentre la minoranza Pd, dunque, nicchia sul suo voto al referendum,  altrove si sono già fermati alcuni comitati decisi a dire no alla riforma. C’è il "Comitato popolare per il no" di Mario Mauro e Carlo Giovanardi; il "Comitato per il No nel referendum sulla legge costituzionale Renzi-Boschi", che raccoglie i costituzionalisti vicini a Sel e a Sinistra italiana; e il "Comitato per il No nel referendum sulle modifiche della Costituzione", fronte unito delle destre (Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia).

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