Partecipa a Notizie Nazionali

Sei già registrato? Accedi

Password dimenticata? Recuperala

«Ha avuto il coraggio di parlare quando tutti gli altri sono rimasti in silenzio»

La dura accusa di Morrisey contro l’ipocrisia di chi oggi celebra Sinead O Connor dopo averla perseguitata in vita, vittima di abusi da bambina che si è fatta voce delle vittime della pedofilia

Condividi su:

La morte di Sinead O Connor in questi giorni ha sconvolto in tutto il mondo. La sua voce, il suo carattere ribelle, la sua umanità ferita, la sua capacità di emozionare e giungere dritto al cuore come poche ha segnato questi decenni, ha rapito milioni di persone che l’hanno amata, seguita, che hanno vibrato insieme alle sue corde vocali.

In questi giorni stiamo leggendo tantissimi coccodrilli e ricordi, commossi e tutti adoranti. Titoli come “la musica è in lutto”, “l’Irlanda piange la sua artista” e simili sono innumerevoli. Ma, dietro la patina della corsa a mettere il cappello sulla commozione e il dolore, si nasconde ben altro. Qualcosa di molto meno edificante e ben più basso. Ovvero l’ipocrisia di chi è sempre stato dal lato opposto del mondo della musica, e del mondo in generale, rispetto ad un’artista come Sinead. Lo ha denunciato sul suo sito web il cantautore e scrittore britannico Steven Patrick Morrisey

«È stata abbandonata dalla sua etichetta dopo aver venduto 7 milioni di album. Ha perso la testa, sì, ma non è mai stata poco interessante, mai. Non aveva fatto niente di male. Aveva un’orgogliosa vulnerabilità e c’è un certo odio da parte dell’industria musicale per i cantanti che non si “adattano” (questo lo so fin troppo bene), e non vengono mai elogiati fino a quando arriva la morte – quando, alla fine, non possono rispondere. La stampa etichetterà gli artisti come appestati a causa di ciò che nascondono e hanno chiamato Sinead triste, grassa, pazza oh ma non oggi! Gli amministratori delegati che avevano sfoggiato il loro sorriso più affascinante quando l’hanno rifiutata ora stanno facendo la fila per chiamarla “icona femminista”, e chiunque nell’ambiente musicale su Twitter si sta facendo sentire quando sei stato TU a convincere Sinead ad arrendersi … perché ha rifiutato di essere etichettata ed è stata degradata, come sono sempre degradati quei pochi che muovono il mondo. Alla fine, la O’Connor è caduta vittima della stessa sorte di Judy Garland, Whitney Houston, Amy Winehouse, Marilyn Monroe e Billie Holiday».

Questi alcuni stralci, tradotti in italiano, dell’atto d’accusa di Morrisey rispetto all’ipocrisia dilagante nel mondo del business discografico di questi giorni. Quel mondo che Sinead O Connor denunciò in vita e da cui si tenne ben lontana. Fu l’unica a rifiutare i Grammy Awards per protestare e rifiutarsi di partecipare al business delle multinazionali della musica. 

Sinead O Connor da bambina aveva subito ripetuti abusi da parte della madre, raccontò che in casa c’era una “stanza della tortura” in cui veniva massacrata con violenza. Violenze che l’hanno segnata tutta la vita e l’hanno portata a diventare lei stessa voce dell’infanzia violentata e abusata, delle vittime degli abusi sessuali della Chiesa nella sua Irlanda. All’apice della carriera, quando già il mondo aveva conosciuto la sua straordinaria arte e la sua voce risuonava in tutto il globo, ebbe il coraggio di denunciare questi abusi e come si stava cercando di insabbiare tutto. In Irlanda e non solo. Lo fece con un gesto coraggioso e che all’epoca le costò l’ostracismo, l’odio e la persecuzione, strappando durante un concerto in diretta la foto del Papa dell’epoca, Giovanni Paolo II. Un gesto che fu definito blasfemo e, strumentalmente, non volle esser compreso da troppi. Cinque anni dopo in un’intervista cercò di chiarire le motivazioni di quel gesto: nulla di blasfemo – blasfemo dovrebbe esser considerato, Vangelo alla mano, chi «scandalizza» i più piccoli non chi li difende – e la rabbia, l’indignazione di una persona dalla grande fede e che proprio per questo non poteva rimanere in silenzio. Precorse i tempi perché pochi anni dopo le denunce e lo scandalo della pedofilia nella Chiesa dilagò, nove anni dopo il suo atto ribelle negli USA scoppiò lo scandalo Spotlight che travolse la diocesi di Boston. Nel dicembre scorso un’inchiesta pubblicato dal quotidiano Domani firmata dalla giornalista Federica Tourn, da tanti anni impegnata sul tema e l’anno scorso tra le fondatrici del coordinamento ItalyChurchToo, svelò che un protagonista di Spotlight in Vaticano si ritrova vent’anni dopo al centro di un’altra vicenda di abusi. Una vicenda che parte dalla Sicilia, giunge nel cuore del Vaticano e lambisce anche la provincia di Chieti in Abruzzo. 

Anche in questi giorni Sinead O Connor viene definita pazza, psicolabile, fragile, auto distruttrice, una sorta di malata di mente che avrebbe sprecato la sua arte e buttato via la sua vita. Morrisey sul suo sito web e la biografia di questa immensa artista documentano e dimostrano che non è così, che c’è molto altro. Le violenze subite da bambina, il coraggio e la ribellione, l’umanità incapace di compromessi e vera, autentica. Ostracizzata, isolata, delegittimata, combattuta e perseguita. Non è Sinead O Connor ad essere stata pazza, è questo mondo che è stato troppo basso e crudele, troppo ipocrita e violento per lei. 

Condividi su:

Seguici su Facebook