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Fontaines D.C., ‘Dopamine Chamber’ è il mondo in cui viviamo già

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Com’è ‘Dopamine Chamber’, l’album dei Fontaines D.C. in uscita venerdì prossimo per XL Recordings? La domanda è d’obbligo. Dopo ‘Romance’ del 2024, il successo di ‘Starburster’, il salto dai club ai grandi festival, la svolta elettronica e le dichiarazioni sulla fine dell’ottimismo, che disco hanno fatto davvero Grian Chatten e compagni? La risposta, dopo averlo ascoltato (ripetutamente), è meno complicata di quanto si potrebbe pensare: ‘Dopamine Chamber’ è un disco pregevole, con venature dark e soprattutto molto più emotivo di quanto lasci immaginare la sua corazza elettronica. È anche un album che non ha una sola anima. Ci sono le atmosfere fredde e più dreamy, i sintetizzatori (tanti), le batterie più rigide, sample, trigger, manipolazioni elettroniche e le chitarre che a volte arretrano fino quasi a sparire. Qualcuno potrà sentirci echi di New Order e Joy Division, soprattutto nel modo in cui una canzone cresce fino a farsi inquieta prima di lasciare spazio alla voce di Grian Chatten. Ma ci sono anche ballate, aperture più ampie e improvvise accelerazioni. Sia chiaro: i Fontaines D.C. hanno davvero mantenuto la promessa di lasciare fuori la speranza, come annunciato. “Ho pensato che sarebbe stato più potente lasciare fuori la speranza e riflettere onestamente la bruttezza - ha detto Chatten presentando il disco -. Questo album doveva suonare più come un avvertimento catastrofico”.  

Chi cerca rassicurazioni resterà deluso. La band scava a piene mani nell’angoscia, nella malinconia, nella sensazione di vivere dentro un presente che continua a produrre immagini, informazioni e stimoli senza offrire direzioni. Il quinto album della formazione irlandese è costruito intorno a questa contraddizione: cerca il piacere mentre racconta un mondo sempre più difficile da abitare. Lo fa attraverso undici canzoni che hanno anime diverse ma sono tenute insieme da uno stesso filo rosso. Ci sono momenti di profonda tristezza, ballate più ariose e improvvise aperture melodiche ma la luce arriva sempre filtrata, come se anche il sollievo fosse provvisorio. Dopo 'Dogrel', 'A Hero’s Death', 'Skinty Fia' e 'Romance', i Fontaines D.C. cambiano ancora pelle senza però snaturarsi. La loro storia, del resto, comincia dalla musica ma anche dalla poesia. Grian Chatten, Carlos O’Connell, Conor Curley, Conor Deegan e Tom Coll si sono conosciuti nel 2014 al Bimm di Dublino e, prima di diventare una band, hanno iniziato a scambiarsi poesie.  

La passione comune per la Beat Generation, da Jack Kerouac ad Allen Ginsberg, e per i grandi poeti irlandesi, da Patrick Kavanagh a James Joyce e W.B. Yeats, li ha portati a pubblicare insieme due raccolte, ‘Vroom’ e ‘Winding’. La poesia è parte del loro Dna e anche per questo i testi di 'Dopamine Chamber' continuano ad avere una densità che va oltre la forma-canzone. James Ford, già produttore di 'Romance', ha lavorato con la band tra Londra e la campagna inglese. Chatten ha scritto parte dei testi viaggiando tra Vienna, Venezia e la Sicilia. Le voci sono state poi registrate a Palermo, in una cabina costruita artigianalmente con materassi e cuscini. Un gesto in controtendenza se messo a confronto con un’epoca in cui anche la musica rischia di affidarsi sempre più a strumenti artificiali. Nel disco, presentato in anteprima con dei listening party molto partecipati nei negozi indipendenti di tutto il mondo (22 solo in Italia), entrano il collasso ambientale, la dipendenza dagli schermi, la ricerca continua di gratificazione e quella specie di anestesia prodotta dagli algoritmi. E' questo il mondo nel quale vive 'Dopamine Chamber'. L’immagine della “stanza della dopamina” da cui prende il titolo arriva proprio da qui: un luogo nel quale entrare per alterare l’umore, per distrarsi, per cercare una fuga. “Ci entri e noi testiamo questi brani che alterano la mente o l’umore”, ha raccontato Chatten.  

 

“Dove si fugge? - si chiede il bassista Conor Deegan -. Forse dentro sé stessi, oppure nell’edonismo, nella fantasia, nella perfezione estetica, nell’eterna giovinezza o nel refresh infinito di uno schermo". Parlando con il 'New York Times', Chatten ha detto che non pensa che ogni album debba necessariamente contenere entrambe le cose. ‘You Miss Me’ è uno dei brani che restano più facilmente addosso. ‘Demolition’ è un altro dei punti forti del disco, con un sound che ricorda qualcosa dei Cure. E poi c’è ‘Happy for You’, che a un primo ascolto potrebbe sembrare quasi una canzone di separazione, mentre sotto la superficie è molto più dolorosa. È un crescendo in cui rabbia, malinconia e sofferenza finiscono per mescolarsi mentre Chatten continua a mantenere quella facciata da “va bene, se te ne vai sono felice per te”. Ma è una frase che non regge fino in fondo: dietro c’è tutto il contrario. Dopo la morte improvvisa del manager Trevor Dietz, avvenuta a giugno a 47 anni, quella canzone ha cambiato significato anche per Chatten. Intervistato dal 'Sunday Times', ha spiegato che oggi ‘Happy for You’ parla per lui della morte e di come si impari ad accettarla. Dietz era stato per la band molto più di un manager. Era arrivato quando i Fontaines erano ancora una band di Dublino che suonava nei locali e per loro era diventato una presenza indispensabile, quasi un sesto membro. Chatten ha raccontato di avere ancora le chiavi del suo appartamento fino a pochi giorni fa e di aver trasformato la musica in una sorta di collegamento diretto con lui.  

Anche 'Marianne,' traccia sintetica e cinematografica ispirata alla serie thriller 'Ripley', è legata a Dietz. Era finita tra le circa quaranta canzoni composte durante le sessioni e rischiava di essere esclusa. Fu lui a convincerli a riprenderla. Ed è un brano importante perché chiarisce subito che cosa sia diventato il suono dei Fontaines. Con ‘Tongue’, il secondo singolo estratto il disco cambia ancora volto. Un contrappeso fisico alla parte più sofisticata e sospesa del resto del lavoro. E conferma una cosa che i Fontaines D.C. hanno ormai dimostrato più volte: possono cambiare pelle senza perdere la propria identità. 'Where Is Gone?', cantata insieme a Rosalía è il brano destinato ad avere la vita più lunga fuori dal circuito abituale della band. Ha una melodia immediata e un grande respiro. Una ballata d’amore attraversata dagli archi, registrata dalla cantante spagnola appena quattro giorni prima della chiusura definitiva dell’album. Forse esce dal perimetro dei fan della band ma ha una forza melodica immediata e una malinconia che potrebbe trasformarlo in uno dei pezzi di maggior successo dei prossimi anni. Sicuramente lo scopriremo con le tre date italiane previste a Bologna (26 ottobre), Roma (18 giugno) e Milano (19 giugno). 

Il disco racconta un presente in cui abbiamo accesso a più informazioni di quante riusciamo davvero a gestire, come suggerisce già l’opening track ‘Six Shot Morning’. Possiamo raggiungere quasi tutto attraverso uno schermo e, allo stesso tempo, sentirci sempre più soli. Social, notifiche, ricerca continua di gratificazione: la ‘Dopamine Chamber’ è anche questo, il posto in cui entriamo per cambiare umore o riempire un vuoto. E qui si può azzardare anche una lettura tra Eros e Thanatos: il desiderio di piacere e di sentirsi vivi da una parte, la consapevolezza della perdita e della distruzione dall’altra. Nella stanza della dopamina, Eros e Thanatos convivono. Forse è anche per questo che ‘Dopamine Chamber’, pur essendo un disco dalle tinte dark, non è mai davvero spento. Dentro c’è una tensione continua, quella di chi cerca qualcosa a cui aggrapparsi mentre tutto intorno spinge verso l’anestesia. (di Federica Mochi) 

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