Alla sua prima esperienza discografica, Furia non si affaccia in punta di piedi, ma con l’ardore di chi vuole farsi ascoltare e portare un messaggio. Si presenta come cantautrice, mentre la musica del brano porta la firma di Gianfranco Fasano e gli arrangiamenti sono di Marco Guarnerio.
In “Tu sei mio”, che la stessa cantautrice considera il suo inno, i “ruoli convenzionali” sono ribaltati: è la donna che prende l’iniziativa sottolineando l’indignazione verso quegli uomini che non sanno amare e non rispettano le donne. Furia “canta le donne” in prima persona, con le loro storie, sogni, difficoltà e i differenti modi di rapportarsi con gli uomini, la donna che non vuole più stare al gioco del maschio e che vuole essere trattata alla pari.
La cantautrice, scoperta dal Maestro Luigi Albertelli, suo pigmalione artistico, produttore e manager, si caratterizza per la sua voce unica e per i contenuti dei suoi testi.
Conosciamola meglio:
R: Nel video di Tu sei Mio e in molte tue foto sei vestita come Corto Maltese. Come mai hai scelto proprio questo personaggio dei fumetti e perché ti ha colpito così tanto?
F: «La prima volta che lessi un Corto Maltese mi innamorai del personaggio, bello e ribelle, l’antieroe per eccellenza: un marinaio diventato pirata! Volevo una divisa e la sua è sempre stata un sogno per me. Una metafora di come mi vivo io, fuori impeccabile nella mia “divisa”, dentro ribelle per affermare me stessa, una donna che viaggia tra le storie del femminile, facendone parte, tra avventure, conquiste e anche fallimenti e dispiaceri».
R: Nei tuoi testi ci sono forti dichiarazioni che raccontano il vissuto quotidiano femminile, soprattutto la vita di relazione, dove l'uomo pare aver perso il suo ruolo protettivo per trasformarsi in un essere indolente se non addirittura in un orco, come purtroppo apprendiamo ogni giorno dalle news. Questo tuo messaggio è stato accolto con molto entusiasmo dal pubblico femminile, soprattutto sudamericano, a giudicare dai commenti al video "Tu sei Mio" sulla tua pagina Facebook. Ti aspettavi che così tante donne si rispecchiassero nella situazione che hai descritto nel tuo pezzo?
F: «Lo immaginavo. In un’intervista mi fecero notare che comunque la donna di oggi si è emancipata, che molte sono forti e indipendenti. La mia risposta è stata: “Ma ancora troppe donne si ritrovano in situazioni pericolose, ed è proprio per questo che credo ancor di più nel mio progetto: ogni donna uccisa o tormentata è una violenza su tutte le donne”. Più inaspettata è stata invece questa accoglienza così calorosa da parte delle donne sudamericane, che sono ormai diventate la parte più numerosa dei mie fan. Sono molto contenta di leggere i loro commenti solidali e di ringraziamento, di identificazione nel mio testo, e credo che questa sia la cosa più bella, perché stiamo condividendo insieme esperienze che sono comuni a qualsiasi donna del mondo. Ci si deve render conto che troppi uomini scambiano ancora una violenta idea di possesso come unica espressione di amore, deviato, ovvio. Per questo credo si debba lavorare fin dall’infanzia per evitare quegli scenari tragici e violenti che oggi sono il quotidiano a cui assistiamo impotenti, ed insegnare ai più piccoli il rispetto, facendo staccare i bambini dal concetto di maschio alpha e insegnando alle bambine il coraggio, anche quello di rimanere sole. Soprattutto dicendo loro che la donna è un individuo forte anche senza dipendere da un uomo, specialmente quando questi manifesta problemi psichiatrici i cui segnali d’allarme andrebbero insegnati fin dalle elementari ad ogni futura donna, perché impari a riconoscerli per tempo e salvarsi da una vita o da una morte miserevoli».
R: C'è stato un momento in cui qualcosa è scattato in te e hai capito che scrivere e cantare era quello che volevi fare da grande?
F: «Cantare è sempre stata la costante della mia vita. Siamo quattro fratelli, ergo una casa rumorosa, e la musica è sempre stata il nostro sfogo e divertimento preferito. Mia madre la mattina della domenica ci svegliava di colpo con il “Vinceroooooooooò” di Pavarotti del “Nessun dorma” a volume altissimo. Scrivere le mie canzoni arriverà molto dopo. Sentivo dentro di me qualcosa che stava per esplodere, ma non sapevo come gestirla. La trattenevo, la stemperavo nella gavetta jazz, ma qualcosa continuava a mancarmi. Fino all’incontro, che definirei magico, con il Maestro Luigi Albertelli, l’importante paroliere italiano oggi mio produttore e manager, che ha scritto i successi che hanno segnato alcuni momenti della mia vita come quella di milioni di italiani: Zingara, Ricominciamo, Non voglio mica la luna, Ufo Robot, Goldrake, Capitan Harlock e tantissimi altri…Avevo bisogno di un maestro, di una guida che mi aiutasse a incanalare tutto quello che era pronto ad uscire. Così un pomeriggio, durante una chiacchierata al bar davanti al giornale e ai tanti articoli di cronaca di donne uccise, bruciate e sfregiate da amori malati, la mia collera fu tale che per sfogarla in modo costruttivo il suggerimento di Albertelli fu questo: “Bene, ora tutta questa rabbia me la metti in parole, in canzone”, e da lì è iniziato tutto. Credo che quando si scrive si debba avere qualcosa da dire che possa arrivare dritto alla gente: la musica serve anche a condividere e a far riflettere».
R: Questa la “mission” di Furia, quale mezzo migliore della musica per arrivare alla gente!
Attualmente Furia sta lavorando alla realizzazione del suo album. All’orizzonte anche una tournée nei teatri di cui vi racconteremo presto.
