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Vincenzo Scarpulla ci racconta il suo nuovo singolo "Figlio mio", un brano sulla vulnerabilità

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In un panorama musicale spesso dominato dall’urgenza di stupire, Vincenzo Scarpulla sceglie una strada diversa: rallentare e raccontare la vita con autenticità. Il nuovo singolo “Figlio mio” è un brano che mette al centro la vulnerabilità, la crescita e quel tipo di amore che non ha bisogno di grandi dichiarazioni per essere credibile. "Figlio mio", infatti, è una lettera aperta da padre a figlio, un viaggio attraverso il tempo che racconta le varie fasi della vita. Il passaggio dall’infanzia all'età adulta viene scandito attraverso tre tappe: il passato rimanda al ricordo di un bambino tenero e insicuro, il presente racconta di un ragazzo pieno di talento e con un pulsante mondo interiore, e per il futuro c'è l’invito a osare per scrivere la propria storia.

In questa conversazione affrontiamo il rapporto tra musica e maturità, il valore della tenerezza nella scrittura contemporanea e il bisogno di lasciare spazio alle emozioni vere.

 

Oggi si parla spesso di fragilità, ma raramente lo si fa con delicatezza. Quanto è importante per te raccontare emozioni autentiche senza trasformarle in spettacolo?

Per me è fondamentale. La fragilità è una cosa sacra, non un contenuto. Quando scrivo parto sempre da un’emozione vera che ho vissuto, ma il mio obiettivo non è “commuovere a tutti i costi”. È lasciare l’emozione così com’è, senza trucco. Se diventa spettacolo, perde la verità. E la verità è l’unica cosa che arriva davvero alle persone.

 

“Figlio mio” è una canzone molto personale, ma non chiude mai la porta all’ascoltatore. Come lavori per rendere universale una storia così privata?

Parlando di dettagli, non di concetti. Racconto il mio “figlio mio” specifico: una sera, una paura, un abbraccio. Ma le emozioni di fondo sono quelle di tutti i genitori: l’amore, la paura di sbagliare, il lasciare andare. Quando sei sincero sul tuo piccolo pezzo di vita, l’altro ci si riconosce. La porta resta aperta perché non dico “questa è solo la mia storia”, dico “questa è la nostra storia”.

 

Hai ripreso il tuo percorso artistico in una fase della vita in cui molti smettono di inseguire sogni. Ti senti in qualche modo un esempio di rinascita personale?

Non mi sento un esempio, mi sento una persona normale che ha deciso di non mettere i sogni nel cassetto. Forse è più un messaggio di speranza: non esiste un’età “giusta” per ricominciare. Se senti che hai qualcosa da dire, il momento giusto è ora. La rinascita non è tornare giovani, è tornare te stesso.

 

La Sicilia delle tue origini è ancora presente nel tuo modo di sentire e scrivere?  

Assolutamente sì. La Sicilia è nel ritmo delle parole, nel modo di sentire le cose “a pelle”. È quella intensità, quel saper dire tanto con poco. Non scrivo canzoni dialettali, ma se chiudi gli occhi senti il sole, il mare, il peso e la bellezza di una terra che ti forma. È la mia bussola emotiva.

 

Cosa ti auguri che le persone portino con sé dopo aver ascoltato “Figlio mio” fino all’ultima nota?

Che chiamino qualcuno che amano, un figlio, un genitore, un amico... Mi auguro che la canzone non finisca con l’ultima nota, ma che apra una telefonata, un abbraccio, un “ti voglio bene” detto a voce alta. Se dopo 3 minuti uno si sente meno solo, allora ho trasmesso quello che volevo.

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