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Salvo Lupo ci racconta l'EP di prossima uscita che nasce a partire da un proverbio siciliano

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Il proverbio siciliano che dà il titolo all’EP di prossima uscita di Salvo Lupo, interamente dedicato alle figure simbolo della lotta contro la mafia, suggerisce già una direzione: la parola come strumento di attraversamento, di resistenza, di sopravvivenza. “Testa rutta”, primo singolo estratto, incarna perfettamente questa idea, trasformando la voce di Felicia Bartolotta, madre dell’attivista Peppino Impastato, in un ponte tra passato e presente.  Il brano si muove con delicatezza, ma senza rinunciare a una forte carica emotiva e politica. La scrittura in dialetto restituisce una dimensione intima, quasi domestica, che rende il racconto ancora più potente. 

In questo dialogo con il cantautore abbiamo cercato di capire come nasce un progetto che mette al centro le storie e il coraggio.



 

Il titolo del tuo prossimo EP richiama il potere grandissimo della parola. Che rapporto hai con il racconto nella tua musica?

 

Ogni canzone è potenzialmente un racconto, sia che parli di me che di altro. In questo EP ho sperimentato la possibilità di raccontare qualcosa che non riguardasse me direttamente. il mio obiettivo non era quello però di fare una descrizione accurata delle storie, ma di cercare qualcosa che lasciasse trapelare lo stato d’animo dei soggetti.

 

Come hai deciso quali figure raccontare all’interno dell’EP?

Leggendo e studiando, ho approfondito la vita delle figure narrate, mi sono sentito vicino alla loro storia. Mi ha colpito l'attaccamento ai loro ideali che abbracciano in modo naturale senza cercare alternative o vie più facilmente percorribili. Molte delle figure avrebbero potuto giungere a compressi e vivere, chissà, serenamente. Invece decidono di non mettere la testa sotto la sabbia, di aderire ad una idea di società più giusta ed equa. Forse in realtà mi hanno scelto loro e non il contrario.

 

“Testa rutta” è il primo singolo che lo anticipa ed è una storia personale relativa a Felicia Bartolotta, ma c’è anche qualcosa di molto universale in questa storia. Quanto hai lavorato su questo doppio livello?

L’idea era proprio quella di servirsi di questa storia per trarre dei messaggi ‘universali’. 

Il suo coraggio e la sua determinazione possono essere d’esempio per tutte e tutti.

Le ingiustizie non sono una condanna, ma possiamo agire senza dover usufruire di mezzi particolari, certe volte usando semplicemente la parola.

 

Ti senti più cantautore o narratore quando scrivi brani come questo?

Credo una via di mezzo. 

 

Quanto è stato difficile entrare emotivamente in una storia così dolorosa?

Premetto che quello che ho provato non è neanche lontanamente comparabile a quello che avrà provato Felicia. È però necessario provare ad immedesimarsi, empatizzare con quello che si racconta. Senza questo, la narrazione diventa un artefatto. Le emozioni, piacevoli o dolorose, diventano una chiave di lettura di quello che si racconta e sono queste che - penso - rendono il brano vero.

 

Cosa speri che resti ai tuoi ascoltatori dopo la fine del brano?

Spero che innanzitutto rimanga il ricordo di Felicia o la voglia di approfondire la sua storia. A un livello più astratto spero che restino l’affetto e la forza che questa donna trasmetteva.

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