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Autenticità e identità sonora

Il primo album di Low Rizz nasce senza costruzioni, seguendo una linea musicale sincera e personale. In questa conversazione l’artista riflette sul rapporto tra produzione e interpretazione, sull’equilibrio tra strumenti

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Bentornato, Low Rizz. In “Nothing But A” sembra emergere un desiderio di autenticità totale, senza costruzioni. È una scelta consapevole o una necessità artistica?

È senz’altro una scelta consapevole, in passato sono stato esclusivamente un produttore e sono dovuto andare in cerca dei trend, cioè cercare di seguire l’onda moderna facendo a gara con gli altri milioni di ragazzi, che avevano tutti lo stesso obiettivo, cioè,  “attaccarsi” all’artista X del momento. Per cui quando ho scelto di cantare oltre a produrre mi sono sentito come sopra un piedistallo, potevo scegliere tra le centinaia di beats che possedevo. Dato che non ero più semplicemente un producer, cominciai a pensare che un giorno sarei potuto diventare IO il trend.

Il tuo sound unisce strumenti suonati e produzioni digitali con una naturalezza particolare: come hai trovato questo equilibrio durante la creazione del disco?

Non è stato facile, ma sono stato inaspettatamente fortunato ad aver trovato musicisti così capaci e con così tanta voglia di mettersi in gioco e provare cose nuove.

Quando scrivi e produci, ti senti più vulnerabile o più libero rispetto ai tempi in cui lavoravi per altri artisti?

Senza dubbio più libero. La mia identità artistica non può avere dei limiti, ecco perchè aveva cominciato a pesarmi il lavoro da producer.

Se potessi far ascoltare il tuo album a una sola persona nel mondo, reale o simbolica, a chi lo dedicheresti?

A Kurt Cobain, cantante e chitarrista dei Nirvana, l’unico parere di cui il costante  bisogno.

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