Sanremo: dopo il Conti bis, ecco il Conti ter

Continua l’era del conduttore toscano all’Ariston

pubblicato il 16/02/2016 in Musica e spettacolo da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Carlo Conti

Ripetersi a Sanremo per il secondo anno, in termini di buoni ascolti.

Quello che nell’ultimo decennio non era riuscito all’ultimo Baudo, né a Morandi, né tantomeno a Fazio (e saggiamente Bonolis e Clerici, visto l’andazzo, hanno preferito non succedere a se stessi). Ebbene, laddove tutti avevano fallito ha avuto invece successo Carlo Conti, un presentatore con la musica nel sangue (i suoi inizi a Discoring, dopo una formazione da deejay e spalla per comici). Almeno dieci anni di “gavetta” con un leit-motiv immutabile, “No, Sanremo non è il mio obiettivo principale”; poi, finalmente, a fine 2014, ecco presentarglisi l’occasione giusta e poter dimostrare di essere il più bravo a condurlo. Buono il primo, ottimo il secondo. Sotto con il terzo, allora, e appuntamento all’Ariston con l’ “abbronzato d’Italia” anche nel 2017.

Non sono più gli anni ’90, quelli in cui era possibile per un presentatore di esperienza spalmare la sua filosofia di conduzione su più edizioni del festival  consecutivamente. Non può esserci interprete del baudismo diverso da Baudo. E la storia dice che, dal 1996 (ultima edizione del “quinquennio baudiano”, iniziato nel ‘92), nessun altro nocchiero del festival è riuscito a durare più di due anni alla guida della kermesse. Però se è vero come è vero che una personalità come quella di  Baudo non può non aver fatto scuola, allora non si può negare che qualche discepolo  ne abbia acquisito, e in profondità, la lezione. Dunque un baudismo inteso come corrente di pensiero e stile conduzione può ammettere anche più di un Baudo. La cosa importante è che il discepolo sia quantomai vicino all'originale.

Sappiamo che il segreto baudiano stava in un'irresistibile volontà di potenza del siciliano, cioè nella protensione a farsi uomo di punta dell'azienda Rai sia in senso artistico che in senso poitico, dunque in una innata vocazione di conduttore-manager, e, per quanto riguarda Sanremo specificamente, in una condizione predeterminata essenziale che era l’accentramento dei poteri: conduttore e anche direttore artistico. Ė proprio questo binomio di competenze, nel rispetto di un rito ortodosso sanremese, la vera formula del “baudismo di ferro” festivaliero.

Essere conduttori, e delegare ad un altro (sia anche un collaboratore di super-fiducia) il ruolo di direttore artistico (che è un compito delicato: si tratta del selezionatore delle canzoni), significa condannarsi volontariamente ad un ruolo di comprimario. Diversamente, avere la responsabilità globale del festival vuol dire metterci indelebilmente il proprio marchio. Lo avevano capito bene Fazio e Panariello, che in effetti i poteri li avevano accentrati: ma senza rinunciare al taglio sperimentale proprio della loro visione sanremese.

In effetti si può dire che tanto Fazio quanto Panariello hanno sempre avuto in testa un format parallelo a quello del festival, e la loro preoccupazione costante è stata quella di incrociarlo con esso: è stato così nei primi due anni faziani (’99-2000), quelli della “conduzione di massa”, e la cosa si è ripetuta anche nel  secondo biennio di Fazio (2013-’14) e, prima ancora, nell’edizione di Panariello (2006), quando l’uno aveva tentato di trapiantare all’Ariston “Che tempo che fa”, l’altro, invece, il piglio on the road di “Torno sabato”.

Ma con Sanremo, e con il suo “rito ortodosso”, non si scherza: violarlo troppo, o troppo presuntuosamente, significa esporsi ad un’antica maledizione. L’identikit perfetto del conduttore che a Sanremo vuole anche essere accentratore (e magari, quello che, al contrario, non è, nello stesso tempo, direttore artistico può anche permettersi maggiore leggerezza) è dunque quello di un giocoliere capace di proporre variazioni infinite sul tema della custodia del “rito ortodosso” del festival (che, lo ricordiamo, non è una Champions League della musica italiana né, come si dice limitativamente, un trampolino di lancio, anche se è vero che a Sanremo ci si può lanciare verso le vette più alte; si tratta piuttosto una rassegna che mette in competizione giovani emergenti e professionisti navigati, magari idoli di più generazioni, nell’intento di fare della canzone di casa nostra, rappresentata nella gamma di generi la più ampia possibile, uno spettacolo a misura di un godimento  salottiero di massa, dunque nazionalpopolare nel senso più classico).

Questo identikit del giocoliere-custode sembra perfettamente incarnato da Conti, che dunque a giusta ragione si può definire il nuovo Baudo. In prospettiva della prossima edizione sulle prime, cioè a poche ore dalla finale del festival, il direttore di Raiuno, Giancarlo Leone, aveva offerto al presentatore soltanto il ruolo di direttore artistico, lasciandogli la libertà di scegliere se ritenesse opportuno o meno assumerne un'altra volta  anche la conduzione. Baudianamente, Conti non se l’è fatto ripetere due volte e, subito dopo la conclusione di Sanremo, ha accettato per la terza volta di fila l’onere del doppio ruolo.

Questi sono, a nostro parere, i caratteri fondamentali del baudismo sanremese:

- una centralità immancabile ma non asfissiante in tutte le fasi della gestione del palco (il conduttore non può avere buchi, deve essere sempre presente al fianco dei co-conduttori ma dar loro respiro);
-  una conduzione autorevole ma non gigioneggiante né troppo personalistica (quella, insomma, di chi è allenato  a fare la spalla degli artisti e degli ospiti);
- un amore e una competenza tale per la musica da saper creare una cornice alle canzoni, senza fare delle canzoni stesse una cornice per un progetto che è altro;
-  il saper dare un’impronta riformista allo spettacolo che non sia fine a se stessa (cioè ad un’idea-format personale), ma contribuisca realmente alla sua evoluzione e possa essere eventualmente ereditata.

Nella pagella di Carlo Conti, in corrispondenza di ognuna di queste voci, compaiono puntualmente voti lusinghieri.    
 

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