Con Bellissimi e Infelici, Mariano Casulli si concentra su storie quotidiane e prospettive diverse, esplorando la fragilità e le contraddizioni della vita moderna. In questa intervista, il cantautore approfondisce il processo creativo del suo nuovo album, dal lavoro con il produttore Molla alla costruzione di videoclip simbolici, fino alla scelta delle tematiche emotivamente intense.

“Bellissimi e Infelici” è stato descritto come un disco che racconta persone e sensazioni dal punto di vista anche di personaggi femminili. Qual è stato il tuo approccio narrativo nell’assumere queste voci: hai usato esperienze reali che hai osservato o sono frutto di immaginazione?
Non so perché, ma credo di avere una certa propensione a raccontare le cose dal punto di vista femminile. Ci ho provato nel disco e devo dire che non mi è dispiaciuto farlo. Forse perché credo che in generale le donne abbiamo una sensibilità maggiore nei confronti della fragilità. Le esperienze sono sia reali che immaginarie.
Nel singolo Come stai hai costruito un videoclip molto simbolico con una protagonista che ritrova sé stessa attraverso la pole dance. Come hai pensato questo collegamento visivo tra libertà personale e musica? Ci puoi spiegare una scena che per te è stata decisiva?
La pole dance è una disciplina che mi ha letteralmente stregato quando ho avuto modo di conoscerla, ed ho voluto fortemente averla all’interno nel disco sotto diverse sfaccettature. In “Come stai”, un pezzo molto introspettivo, la protagonista si ritrova a volersi riscattare con questa danza. Le scene, che poi abbiamo registrato con lo sfondo del mare, devo dire che mi ha molto emozionato. Se dovessi sceglierne una in particolar modo, forse ti direi quella in cui la protagonista si rannicchia sul letto, come a voler proteggersi e contemporaneamente a voler mostrare le proprie fragilità.
Nel tuo percorso dal primo album Silenzi a cui tornare a Bellissimi e Infelici, come è cambiato il tuo modo di lavorare con il produttore Molla? C’è una decisione in studio su cui vi siete confrontati a lungo prima di arrivare alla versione finale?
Avevo bisogno che qualcuno svecchiasse un po' la mia musica, che la rendesse un po' più contemporanea senza snaturarla. Molla ci è riuscito in pieno, dando quel suono più moderno al disco senza però dover oscurare il mood cantautorale che mi appartiene. No, devo dire che il lavoro con lui è sempre stato molto fluido ed è stato abbastanza semplice arrivare al prodotto finale. Abbiamo lavorato costruendo il rapporto sulla fiducia reciproca.
Diverse tue canzoni affrontano temi di fragilità (Essere fragile) e momenti di crisi esistenziale (La fine). Quando scrivi testi così emotivamente intensi, c’è una parte di te che si nasconde o che vuoi mettere in chiaro fin da subito con chi ascolta?
In realtà non so quando di autobiografico possa esserci in questo disco. Forse molto, forse poco o forse nulla. Non riesco a rendermene conto. In realtà il vero patto che ho stretto con me stesso quando ho iniziato a scrivere questo album, è stato quello di cercare di essere estremamente sincero. Di trasmettere in musica quello che sentivo, vivevo e vedevo; senza troppe sovrastrutture o con il fine ultimo di produrre qualcosa di industriale e poco artigianale. Spero che chi ascolterà le canzoni possa riconoscerne l’autenticità.
Il titolo dell’album (Bellissimi e Infelici) parla di un contrasto forte. C’è una traccia specifica del disco dove questo contrasto si esprime meglio, e come hai lavorato musicalmente perché si sentisse esattamente come volevi?
“Le regole del gioco” è una canzone dal mood happy, con i cori dei bambini e il sound fresco e spensierato. Il testo però l’ho scritto in una fase molto delicata del mio percorso musicale, quando ero estremamente preoccupato e soprattutto nervoso di dover stare alle regole dello streaming, degli algoritmi. Quindi potenzialmente quel pezzo può raccontare questa ambivalenza tra bellezza estetica e infelicità interiore. Musicalmente invece, abbiamo lavorato traccia per traccia lasciandoci trasportare da quello che volevamo comunicare senza dover per forza costruire o ricercare qualcosa di specifico. È stato un processo naturale e credo che anche il suono del disco si sia conformato al mood generale dell’album.

