Legge 194, il contro-anniversario

Quarant’anni della legge sull’aborto: le riflessioni di ProVita

pubblicato il 25/05/2018 in Interviste da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Uno dei camion vela di ProVita contro l'aborto

Anche ProVita scende in campo con i camion vela. In ben 100 province d’Italia. Non è una campagna elettorale, ma sempre di acquisire consensi si tratta. In favore di una battaglia contro l’aborto che entra nel vivo, proprio nella settimana in cui ricorrono i quarant’anni dell’introduzione della legge 194. Abbiamo parlato dell’ultima iniziativa di sensibilizzazione targata ProVita  con Francesca Romana Poleggi, direttrice editoriale dell’organo di informazione collegato alla onlus, Notizie ProVita (www.notizieprovita.it).

Questa è la prima volta che i vostri messaggi anti-aborto viaggiano sulle ruote di un camion vela?

 

A dir la verità le vele le abbiamo usate già in un’altra occasione. Il loro debutto vero e proprio con ProVita risale a pochi mesi fa, più precisamente a Natale, quando a Roma ci facemmo sentire per esortare il ministro della Sanità (in quel periodo Beatrice Lorenzin, ndr) a meglio regolamentare il consenso informato per le donne. Avevamo preparato una petizione allo scopo. E ora abbiamo deciso di rimetterle in moto per quella che è la più grande iniziativa mai organizzata dalla nostra associazione sul suolo nazionale. E per questo risultato non posso esimermi dal ringraziare tutti i comitati organizzativi locali collegati a ProVita.

Il camion vela di ProVita a Cosenza

Il camion vela di ProVita a Cosenza

 

Che cos’ha di diverso questa campagna anti-aborto rispetto alle vostre precedenti campagne?

Per quest’occasione abbiamo puntato sia sui manifesti viaggianti che sui maxi-manifesti fissi. Come sempre, però, la nostra battaglia si svolge nel nome di alcune verità insopprimibili. La prima è che il bambino è un essere umano sin dal momento del suo concepimento, e come tale non può in alcun modo essere sacrificato. Il paradosso di questa società moderna in cui viviamo è che sembra in realtà molto simile a quella della Roma arcaica, quando a dominare era la figura del pater familias, con il suo crudele diritto di vita e di morte sui figli.  La 194 non ha fatto altro che sostituire il pater familias con una mater familias, per così dire.

Il calendario degli appuntamenti relativi a questa settimana è unificato o sono previste iniziative particolari in ciascuna città?

Ogni città approfondirà in modo del tutto autonomo il nostro spunto. A Roma, per esempio,  ci siamo impegnati sul fronte dei convegni. Nei giorni scorsi abbiamo organizzato una conferenza stampa alla Camera dei Deputati per porre l’attenzione sulle criticità della legge 194. E sarà, probabilmente, l’inizio di un ciclo.

Ci sono le condizioni, secondo lei, per poter ridiscutere la legge 194 a partire dalle basi?

Certamente, ridiscuterla è fondamentale. Se non altro perché è una legge profondamente iniqua. E contro le leggi inique, quelle che fanno confliggere l’umano col divino e che la coscienza occidentale, da Antigone in poi,  è abituata a ripugnare, non si può non combattere. Senza dire, poi, che non tiene minimamente conto della volontà del padre. Più nel dettaglio, ci sarebbe da ridiscutere il fatto che la legge non offre davvero alternative all’aborto. E poi altro aspetto contestabile (e detestabile) è che, mentre per ogni altro servizio sanitario si paga un ticket, l’aborto è del tutto gratuito. Inaccettabile. E pensare che, secondo le statistiche svedesi e finlandesi, il numero di donne che muoiono dopo aver abortito è davvero molto elevato. Quindi l’aborto è un doppio omicidio.   

Percentualizzando, quant’è veramente forte oggi, in Italia, la cultura abortista? Cosa pensano veramente le donne dell’aborto?

La verità è che ci sono i radicali e gli abortisti spalleggiati da una potente fetta dell’informazione, che fa molto rumore e fa sembrare una minoranza la maggioranza. Inoltre, hanno nelle loro mani uno strumento potente: quello della censura. La nostra associazione ne è stata vittima anche in tempi recenti: ad aprile il sindaco di Roma ha censurato uno dei nostri manifesti . Al di là di questi blocchi di opinione e di potere mediatico, io penso però che la maggior parte delle persone, e delle donne, sia contro l’aborto.

Ma non è proprio mai possibile giustificare l’aborto? Neppure in quei casi limite in cui l’aborto agevola la donna molto malata che ha un fondato timore  di procreare in modo non sano?

In realtà prima della 194 esisteva in Italia il cosiddetto  stato di necessità, che contemplava proprio i casi di gravidanze quasi impossibili o altamente problematiche. Poi è arrivato quel prodotto del femminismo sessantottino, che nella sua foga di rafforzare l’identità della donna l’ha praticamente svuotata della sua essenza materna. E il risultato è che oggi sentire una donna che rivela di voler realizzarsi soltanto come madre suscita un sorriso di compatimento!
 

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