Fiat, ultima assemblea in Italia

A Torino i soci chiamati ad approvare la fusione con Chrysler

pubblicato il 01/08/2014 in Economia da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Sergio Marchionne

In sé e per sé l’assemblea di oggi era solo una formalità: era già scritto che la Fiat dovesse fondersi con la Chrysler e il suo centro direttivo spostarsi tra l'Inghilterra e l'Olanda.  Se quest’appuntamento aveva un significato, esso stava nel fatto che era l’ultima volta che una riunione di azionisti della Fiat si teneva a Torino, cioè nella città dove l’azienda è nata e ha scritto tutta la sua storia, e soprattutto era anche l’ultima volta che si teneva in Italia.
Nella storia della politica economica gli eventi fondamentali sono le acquisizioni (il pesce grande che mangia il pesce piccolo), le joint-ventures (i partenariati tra due o più soggetti che durano il tempo di raggiungere un determinato obiettivo) e le fusioni (due o più aziende che si congiungono per motivi di interesse, ma più spesso di sopravvivenza, e danno vita a una realtà completamente nuova). L’operazione che Sergio Marchionne, dal 2003 geniale e ineffabile top manager della Fiat, ha realizzato a partire dal 2009, è in realtà qualcosa di ibrido tra un’acquisizione e una fusione È un’acquisizione perché la Fiat, proprio grazie alla cura Marchionne, nel 2006 ripianò i propri debiti e nel 2009 poté proiettarsi sul mercato delle auto americane, all’inizio della grande crisi globale, per salvarne uno dei colossi, la Chrysler appunto; ma nello stesso tempo è anche una fusione perché Fiat aveva bisogno delle strutture e del background ingegneristico di Chrysler per rilanciarsi a livello internazionale. Insomma, la questione per l’appassionato di economia dall’animo patriottico è la seguente: vedere il bicchiere mezzo pieno, e quindi considerare l’affare Fiat-Chrysler una vittoria del colonialismo industriale italiano, per di più in casa americana, ma ottenuta “in maniera silenziosa”, come direbbe lo stesso Marchionne; oppure vederlo mezzo vuoto, e in tal caso considerare il tutto come una strategia di delocalizzazione se non addirittura di emigrazione, in linea con il comportamento di altri giganti della nostra industria, in questo particolare momento storico.
Nel corso della riunione l’ad Fiat (ma ormai Fiat Chrysler Automobiles) ha ribadito un concetto chiaro: “Non è più tempo di guardare alle nostre attività riducendo la prospettiva ai confini storici e ai domicili legali”. E si dice pronto al “salto di qualità”, come anche il presidente John Elkann, che vuole una Fiat protagonista attiva in Italia, e anche nel mondo. Nessun dubbio, poi, da parte di Marchionne, sul rientro di tutti i dipendenti nelle fabbriche italiane.                

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