Rapporto Inps, focus sul lavoro in Italia

Dalle pensioni al precariato

pubblicato il 04/07/2018 in Economia da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Giuliano Poletti

Non molti giorni fa il ministro Di Maio ha intonato il De profundis al Job’s Act. 

Ma non è affatto un capitolo superato, se non altro perché non è una parentesi chiusa il tipo di mercato del lavoro in cui il provvedimento è andato ad impattare. Se si deve ricercare una colpa nella legge renziana sull’impiego, forse è proprio quella di aver inciso nel mondo del precariato con efficacia ma non nella direzione di correggerne le storture o diminuirne gli spazi, bensì di allargarne i confini. Sicché si potrebbe dire che, dopo tre anni, la riforma targata Pd ha reso quello dell’occupazione  temporanea un sistema stabile nella sua instabilità; lo dimostra il rapporto annuale dell’Inps pubblicato oggi e relativo al 2017: esso registra come nell’annata 2016-17 i lavoratori a tempo determinato siano aumentati di “quasi un milione”, da 3,7 milioni a 4,6.

Quindi, se è forse possibile dichiarare non più validi lo spirito e la lettera di quella riforma, sicuramente validissime sono ancora le sue conseguenze sul piano reale. Che l’architettura del Job’s Act abbia fatto del precariato un assetto normalizzato lo rende evidente anche l’abolizione dei voucher, che il governo Gentiloni attuò nel 2017 per prevenire un referendum della Cgil: la loro scomparsa, nota ancora lo studio dell'Inps, ha fatto sì che circa 80.000 persone siano risprofondate nel sommerso.   Tolto un mattone, è venuta giù una parte non poco significativa del castello. 

Ma le conseguenze del Job’s Act sono anche culturali, perché nell’epoca segnata dalla legge del ministro Poletti  di vera e propria cultura del precariato si deve parlare.  Che preesistesse o meno al testo del 2015, il concetto della gig economy (cioè dell’economia fondata su lavori non continuativi) è oggi assolutamente centrale nella  riflessione sociologica sul lavoro. La voce rientra anche, ovviamente, nel rapporto Inps sul lavoro.

Qui se ne parla soprattutto per fare un po’ di chiarezza sui dati: agli analisti di via Ciro il Grande interessa mettere in evidenza come i rider (i corrieri su due ruote della pizza e dei cibi da asporto, motorizzati o meno), a dispetto delle recenti vertenze ministeriali che li hanno visti protagonisti assoluti della scena, rappresentino soltanto il 10% del totale dei lavoratori di quella galassia. Una galassia dove, accanto a lavori completamente nuovi, nati e sviluppatisi in rete,  ne coesistono altri ben più tradizionali e tornati alla ribalta in questi anni di scoperta e “consacrazione” del mondo dell’impiego saltuario: parliamo delle colf, delle baby sitter e, appunto, dei corrieri.

Capitolo pensioni: quelle che raggiungono a stento le soglie minime sono la stragrande maggioranza. Il rapporto calcola infatti che sono 5 milioni e 485 mila le pensioni sotto i mille euro, mentre sono poco più di un milione quelle che superano i 3000. Stringono idealmente la mano ai tanti lumpen-pensionati i lavoratori (2 milioni e mezzo) il cui salario è inferiore agli 8,50 euro l’ora.

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