E se tutta l'Africa fosse unita?

L’utopia di un Africa nazione, i sogni, il sangue e la miseria nell’età post coloniale

pubblicato il 01/10/2015 in Dal Mondo da Ignazio Angelo Pisanu
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Ignazio Angelo Pisanu

Autunno 1935, l’Italia fascista sferra il suo attacco all’impero etiope - Dopo 7 mesi di lotta il Negus Hailé Selassié è detronizzato e va in esilio a Londra. È la momentanea fine di un regime che vanta le origini illustri e antichissime: Selassié, esponente della dinastia Salomonide, era il sommo sovrano di un impero ereditato da re Salomone e della regina di Saba.

Primo settembre 1939, alle prime luci dell’alba Hitler invade la Polonia e in Africa solo la Liberia è uno stato indipendente -  Nel 1941 la Gran Bretagna e le sue truppe coloniali marciano su Addis Abeba, cacciano gli italiani. Selassié fa ritorno in patria, sfila ad Addis Abeba mentre i sudditi inneggiano il suo nome in un clima di festa. Il Negus si risiede sul suo trono sacro.

La fine della seconda guerra mondiale e l’indipendenza dell’India (1947) e dell’Egitto (1945) dalla Gran Bretagna segnano l’inizio di un lungo processo di decolonizzazione. Gli anni che vanno dal 1955 al 1966 segnano il progressivo sgretolarsi delle potenze coloniali europee e la conquista dell’indipendenza da parte di quelli che saranno i nuovi stati africani. Un'indipendenza conquistata pacificamente o con le armi, che ha prodotto stati per la maggior parte instabili e poverissimi, ha acceso speranze e prodotto idee. Sono nati sistemi politici nutriti da sogni, speranze e utopie, altri corrotti dalla brama di potere e denaro, altri più semplicemente ereditati dal passato. Il reporter polacco Rysard Kapuscinski, visse questi anni sul continente nero scrivendo reportage con la precisione e il realismo del cronista, la meticolosità dello storico e la penna leggera del romanziere. Kapuscinski, laureato in studi storici e giornalismo all’università di Varsavia, permette ai suoi lettori di entrare nell’universo africano, facendo luce e mettendo ordine tra eventi altrimenti troppo intricati e difficili da comprendere. Tra colpi di stato e rivoluzioni, congiure di palazzo e corpi sciolti nell'acido, Kapuscinski si fa interprete di uno dei periodi più rossi di sangue e verdi di speranza del continente nero.

I suoi reportage – raccolti nel libro Se tutta l’Africa, tradotto in italiano ed edito da Feltrinelli – raccontano lo sviluppo politico dei primi governi dell’Africa libera e la vita di personaggi politici di portata rivoluzionaria: dal presidente Ghanese Nkrumah al congolese Lumumba, dall’algerino Ben Bella, all’egiziano Nasser senza scordare l’imperatore Heilé Selassié.

Nkrumah fu il primo presidente del Ghana libero e il primo africano a garantire al suo popolo la piena indipendenza (1958). Aveva la forte convinzione che nonostante la decolonizzazione il cammino dell’Africa fosse solo all’inizio. Le ex potenze coloniali controllavano ancora molti aspetti della vita dei neonati stati africani, avevano militari ai vertici dei loro eserciti, medici negli ospedali, industriali nelle regioni ricche di risorse naturali. Lo sfruttamento delle risorse dell’Africa non era finito e – secondo Nkrumah – non sarebbe mai finito senza la fine della corruzione dei governi con le potenze del neocolonialismo economico. Nkrumah è convinto che l’unico modo per superare i problemi del continente e permettere la sua emancipazione e la sua effettiva indipendenza economica sia quello di creare un’entità statale unica, con una politica estera ed economica comuni e un gran peso nella politica globale. Il presidente del Ghana ha perseguito per tutta la vita e con tutte le sue energie questo scopo, diventando il leader e il simbolo del panafricanismo. Nel 1958 promosse una conferenza ad Accra, alla quale invitò i leader dei paesi africani liberi e dei movimenti di liberazione nazionale in lotta contro le potenze coloniali per discutere del suo progetto. Il lusso e lo sfarzo della State House, vero e proprio palazzo fortezza a prova di cannone costruita da Nkrumah per l’occasione, si scontravano con la povertà della popolazione. Attorno alla State House, una folla di affamati divorava i vassoi con i resti del sontuoso banchetto offerto dal presidente alle delegazioni africane.

Nel 1963 un’altra conferenza panafricanista si tenne ad Addis Abeba - Kapuscinski spiega la ragione della scelta della capitale etiope: in un clima di guerra fredda, alcuni presidenti non avrebbero presenziato alla riunione in un paese considerato troppo di destra o troppo di sinistra. L’Etiopia e il suo Negus stavano per ragioni storiche e politiche super partes, fuori dalle dinamiche dei blocchi nella Guerra Fredda.

Selassié, per la sua fermezza, la sua integrità morale e per il grande rispetto che si doveva al suo ruolo e si mostrava alla sua figura era un leader stimato ed apprezzato da tutti, indistintamente. Inoltre da tantissimi anni l’esercito gli era fedele e Addis Abeba era considerato un posto sicuro. Kapuscinski stima Selassié anche se lo considera un autocrate, spesso incapace di cogliere i cambiamenti in corso e di accettare la modernità. L’Etiopia era un paese arretrato e poverissimo.

I 60's segnano la fine del sogno panafricanista e il fallimento delle politiche di Nkrumah che, troppo impegnato nella politica estera, lasciò il governo del Ghana nelle mani di collaboratori e burocrati reazionari che non fecero granché per sviluppare il paese. Il fallimento della politica interna diede fiato alle opposizioni e causò la fine del suo governo in seguito a un colpo di stato. Senza Nkrumah, finì il sogno concreto di un’Africa unita e socialista.

Leader come Nkrumah, Ben Bella, Nasser o Touré hanno alimentano fuochi troppo isolati. Come traspare nelle pagine di Se tutta l’Africa se dietro i leader e le loro idee si trovano una burocrazia e un esercito reazionari è difficile diffondere novità e cambiamenti. Morto il capo carismatico perde forza anche l’idea e tutto resta come prima, o quasi.  

 

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