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Inferno Tianjin, dodici arresti

In manette anche dirigenti d’azienda

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Centotrentanove morti e, a tutt’oggi, trentaquattro dispersi.

Senza contare le 500 persone ancora ricoverate in ospedale, in condizioni non certo facili. Il conto devastante, bruciante, della strage di Tianjin, il pre-Ferragosto di fuoco del Dragone. Una strage che non poteva rimanere impunita. La mattina del 27 agosto (in Italia era piena notte) al suono lugubre della campana a morto si è decisamente sovrapposto  quello del tintinnio di manette: in altre parole, la polizia  – la notizia proviene dall’agenzia di stampa ufficiale di Pechino, Xinhua – ha completato l’arresto di dodici persone ritenute responsabili per i fatti del 12-13 agosto scorso.

Le prime? Quel che è sicuro è che non mancano pezzi grossi dell’industria chimica cinese: desta sensazione, infatti, in questo che ha tutta l’aria di essere soltanto un antipasto di una lunga serie di blitz della PAP (la polizia cinese), il fatto che è stato fermato l’intero vertice della Rui Hai International Logistics, la società di logistica che gestiva il deposito delle sostanze chimiche saltate in aria nella zona industriale di Tianjin. Parliamo del presidente, Yu Xuewei, del vicepresidente, Dong Shexuan, e dei tre vice direttori generali.

Per Xuewei e per Shexuan, in realtà, le manette erano scattate già una settimana fa, subito dopo essersi protagonisti di una rivelazione pubblica scioccante e coraggiosa. In tv, infatti, avevano confessato di aver usufruito dei loro contatti privilegiati col governo per ottenere, a vantaggio dell’impianto che sarebbe stato poi il teatro dei disastro, attestazioni di sicurezza fin troppo facili.   
      

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