Hiroshima, i settant’anni di un disastro

Celebrato in Giappone anniversario del “fungo” atomico

pubblicato il 06/08/2015 in Dal Mondo da Gianluca Vivacqua
Condividi su:
Gianluca Vivacqua
Una veduta di Hiroshima, qualche istante dopo l'esplosione atomica

Little Boy e Fat Man.

E chi se li scorda più? Due nomi teneri, buffi, di sapore quasi cartoonistico, come tanti altri che, con spietata ironia, vengono applicati a strumenti micidiali di morte.  Il primo fece il suo tuffo pesante, sgraziato dal cielo sopra Hiroshima: era il 6 agosto 1945. E neanche il secondo aveva la classe della Cagnotto, quando, tre giorni dopo, si calò su Nagasaki e i suoi abitanti. In entrambi i casi, però, fu apocalisse totale.  

I due “dioscuri” col cuore di uranio il primo, di plutonio il secondo. L’arma definitiva “necessariamente” impiegata dagli Usa per fiaccare la testarda, irriducibile resistenza giapponese, quando ormai tutti gli altri fronti della Seconda guerra mondiale si erano spenti. Ma anche un crudele, criminale rodaggio di una tecnologia bellica oltre la quale non sarebbe stato più possibile sviluppare alcunché, nel settore. E così il Giappone fu piegato con due "prodezze" rubate al vulcano Fuji, e gli Stati Uniti, già vincitori con i loro alleati in tutto l’Occidente, lo furono anche sul fronte orientale.

E iniziò l’era del nucleare, e, con essa, l’inquinamento atmosferico super-pesante fece un balzo storico. Un’epoca nuova, in cui avere eserciti equipaggiati e temibilissimi non serviva neanche più, dal momento che, in teoria, si poteva sottomettere un Paese tutto in una volta o, perché no, il mondo intero, semplicemente avendo il mezzo per provocare un’esplosione di una certa entità, o appena più forte. Un’epoca da dentro o fuori, insomma: chi aveva la bomba aveva il potere, e chi non l’aveva doveva allinearsi con una delle parti che l’aveva già. E fu guerra fredda, che fu prima di tutto calda.

Giovedì 6 agosto, Hiroshima, settant’anni dopo. Alle 8.15 locali (verso l’1.00 in Italia) si odono i primi rintocchi delle campane: è il segnale che dà inizio alla consueta cerimonia di commemorazione, il Memoriale della Pace. Presenti un centinaio di Paesi, oltre, naturalmente, alle massime autorità politiche nipponiche. E, per la prima volta nella storia, c’è anche una rappresentanza Usa. Siamo pur sempre nell’era obamiana, e l’appuntamento è troppo importante per non far sentire il vento del change.

In certi casi si ricorda, prima di tutto, per avere una coscienza più lucida nella condanna. E una motivazione più forte a contribuire a far voltare pagina. Il Giappone, ha detto il premier padrone di casa, Shinzo Abe, è decisamente in prima linea per costruire in modo concreto – quindi con una road map già delineata nei suoi passaggi più importanti – un mondo privo di armi nucleari. “Presenteremo, a questo scopo, una nuova risoluzione all’assemblea dell’Onu del prossimo autunno”, ha anticipato il premier. Parallelamente, e congiuntamente, “Tokyo continuerà a premere con i Paesi provvisti o meno della bomba atomica sul discorso della desistenza”. 

Il Giappone, per la cronaca, non rientra nel club dei paesi detentori di armi atomiche. Nel 1976 ha sottoscritto il Trattato di Non Proliferazione Nucleare in base al quale può sviluppare ricerche tecnologico-industriali sul nucleare ma a scopo esclusivamente civile.     

PARTECIPA AL GIORNALE

Sei già registrato?

Accedi con login e password