Erano quattro bambini tra i nove e i dodici anni.
Giocavano sulla spiaggia del porto di Gaza. Furono colpiti e uccisi da un missile durante un raid israeliano nella zona, anche se le fonti non ci consentono di stabilire con certezza se si sia trattato di un raid aereo o piuttosto di un raid navale.
Era l’estate del 2014, l’ultima delle tante in cui la perpetua tensione israelo-palestinese si era ravvivata. 16 luglio. Non sembra che i piccoli martiri fossero figli di dirigenti o combattenti di primo piano di Hamas. Appartenevano, sì, alla stessa famiglia, erano cugini, da quello che pare. Ma la loro era una famiglia palestinese come tante.
Nei mesi successivi venne aperto un processo dalla magistratura ebraica, per appurare identità dei colpevoli ed entità delle loro colpe. Un processo che gli inquirenti hanno deciso di chiudere definitivamente, venerdì 12 giugno, dal momento che le indagini non hanno dato alcun esito significativo.
L’Olp, però, non ha intenzione di fermarsi qui; vuole anzi portare il caso alla Corte Penale Internazionale, presentandolo come vero e proprio crimine di guerra. Non vuole lasciare intentata alcuna strada per vendicare la memoria di Ahed Bakr (10 anni), Zakaria (10), Ramez (11) e Mohammad (9). Di “crimine di guerra”, del resto, aveva già parlato, nelle ore immediatamente successive alla strage, Sami Abu Zuhri, un dirigente di Hamas precipitatosi all’ospedale “Shifa” di Gaza per stare al capezzale delle quattro vittime innocenti.
Più fortunati dei poveri cuginetti sono stati gli amici che giocavano con loro: questi hanno potuto trovare riparo in un vicino albergo, dove soggiornavano giornalisti di diverse nazionalità.

