Good luck, Jonathan. Un gioco di parole, certo, ma non soltanto.
Al politico nigeriano il cui nome significa, letteralmente, “Buona fortuna” (quindi, in italiano, si potrebbe anche tradurre con Bonaventura), dopo le presidenziali di fine marzo bisogna effettivamente augurare buona fortuna per i suoi futuri successi politici: perché la guida del Paese, ormai, non è più affar suo. A queste latitudini la parola rottamazione ha, con tutta evidenza, un'importanza molto, molto relativa: al cinquantasettenne Goodluck Jonathan, infatti, succede un uomo di settantadue anni, Muhammadu Buhari, candidato dell’opposizione. Si tratta di un ex generale musulmano.
Il 1° aprile, e non certo per scherzo, il presidente uscente ha telefonato al competitore, per riconoscere ufficialmente la propria sconfitta. E quindi la vittoria dell’altro. Al di là del rammarico per non essere riuscito ad ottenere un secondo mandato, Jonathan può comunque tracciare un bilancio positivo della propria presidenza: specie sul fronte della lotta a Boko Haram, lascia una Nigeria tutt’altro che prostrata dalla minaccia integralista. Jonathan era diventato presidente nel 2010, ma non era stato eletto: da vicepresidente, infatti, era subentrato al capo dello Stato legittimo, Umaru Yar’Adua, che era morto improvvisamente. Un anno dopo, però, alle urne era riuscito ad ottenere il consenso del popolo.
Per Buhari è una vittoria storica: è la prima volta, infatti, da quando la Nigeria è tornata democratica (e non sono molti anni, parliamo del 1999), che non è un candidato del Partito Democratico del Popolo (centro-destra) a diventare presidente. Muhammadu Buhari ha portato alla vittoria il Congresso di Tutti i Progressisti, partito socialdemocratico di cui comunque non è il leader. Esso è nato proprio in occasione delle presidenziali dalla fusione del Partito del Popolo di tutta la Nigeria e del Congresso per il Cambiamento Progressista. Con questi due partiti Buhari si era candidato presidente rispettivamente nel 2007 e nel 2011, ma senza fortuna.

