Usa, un impostore alle spalle del Presidente

Altra infiltrazione alla Casa Bianca: nuovo buco della Sicurezza

pubblicato il 07/10/2014 in Dal Mondo da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Donald Payne jr.

Allarme terroristi? Paura per l’intrusione nelle stanze presidenziali di emissari del Partito repubblicano, vogliosi di reiterare i fasti del Watergate nixoniano (magari stando all’opposizione)? No, alla Casa Bianca il pericolo in questo momento è, da un lato, riuscire a contenere l’entusiasmo esagitato di “turisti” non graditi (gli episodi di intrusione di cui le cronache hanno già parlato nelle settimane scorse), dall’altro riconoscere e arginare i fake (le false identità), i sosia pronti a fare il loro ingresso negli ambienti che contano del n. 1600 di Pennsylvania Avenue esibendo false credenziali.
Possibile che un guitto (un buontempone?) sia riuscito dove nessun leader del terrore, disponendo dei più sofisticati mezzi di travestimento, ha mai avuto successo? Yes, he could, si potrebbe dire parafrasando il più celebre slogan obamiano. Per lo staff che veglia sull’incolumità del Presidente un nuovo fallo, e una nuova falla: l’errore madornale è stato non essere riusciti a capire subito che il Donald Payne a cui avevano consentito l’ingresso non era l’originale; la lacuna imperdonabile, aver dimostrato che nella documentazione in possesso della Security c’era, evidentemente, un buco fotografico riguardo al deputato afro-americano.
Siamo ai primi di ottobre, in Iraq e Siria infuria la guerra contro l’Isis ma Obama deve anche onorare i suoi impegni mondani. In agenda per lui alla Casa Bianca c’è la cena della Congressional Black Caucus Foundation, l’organizzazione che dal 1971 negli Usa si occupa di promuovere il peso politico della comunità nera. Dunque, quale occasione migliore per radunare nel fortino del potere bianco, espugnato da un rappresentate di quella comunità, gli stati generali della Black Politics? All’importante evento non poteva naturalmente mancare Donald Payne, congressman (cioè deputato) dal 2012 e figlio d’arte (il padre, Donald Payne sr., nel 1989 fu il primo rappresentante afro-americano al Congresso per il Congresso al New jersey). Donald Payne: evidentemente, basta il nome per farsi aprire le porte. E’ quello che ha sperimentato lo sconosciuto avventuriero che, attribuendosi quell’identità, ha avuto l’agio di sistemarsi dietro le quinte del palco dove Obama, di lì a qualche minuto, avrebbe pronunciato il discorso prima del banchetto: lui, l’intruso, si era messo lì, alle spalle di Obama, fianco a fianco con tanti deputati e rappresentanti politici veri della comunità nera, già pregustando il momento in cui, avendo di fronte e accanto tanti membri della Black Elite, avrebbe scroccato le portate della serata. Obiettivo sfumato: gli uomini della sicurezza, risvegliatisi dal loro torpore, pochi istanti prima che il presidente iniziasse a parlare hanno rimediato al loro granchio accorgendosi della svista e facendo sì che, prontamente, lo pseudo-Payne venisse accompagnato all’uscita con gentilezza.
Un episodio di certo meno grave ma non meno emblematico di un altro avvenuto in precedenza: nell’ascensore della Casa Bianca, un uomo armato, superati agevolmente tutti i filtri di protezione, si era trovato per pochi istanti a tu per tu con Obama. Inutile dire che mai come in questo particolare periodo la security del Presidente è nel mirino della satira e dei barzellettieri. Ma oltre alla serie di topiche scandalose, c’è anche uno scandalo vero e proprio. Nei giorni scorsi il capo dello staff, Julia Pierson, la prima donna ad assumere questo incarico – era stato proprio Obama a conferirglielo nel 2013 -, si era dimesso in seguito alle rivelazioni fatte dai giornali a proposito di un “pornogate” che aveva visto protagonisti i suoi subordinati: in Colombia, nel corso di una trasferta presidenziale, una decina di “pretoriani” di Obama erano stati urgentemente rimpatriati a causa di un affaire con delle prostitute di Cartagena. A occuparsi del loro rimpiazzamento era stata la Cia. 

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