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Iraq: il nord è in mano ai jihadisti

Cristiani in fuga a frotte in Kurdistan

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C’è un Iraq periferico, ma nello stesso tempo alle porte di Baghdad, che Baghdad non riesce più a controllare. E’ la parte settentrionale del paese, l’antica regione di Assur: da lì calarono i guerrieri assiri, di ruote radiate dotati, ad unificare quella che allora si chiamava Mesopotamia. La storia sta per ripetersi: ma i guerrieri che calano dal nord stavolta sono paramilitari, addestrati nella cultura dell’odio religioso e nel mito della Jihad; e la loro escalation parrebbe essere più simile a quella dei talebani in Afghanistan nel ’96. Parliamo dei miliziani dell’Isis, un gruppo estremista che, nel 2004, ha imbracciato le armi per difendere uno Stato non riconosciuto, ma esistente, culturalmente e confessionalmente (lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), e per allargarne i confini geografici. Agli ordini di Abu Bakr al-Baghdadi, autoproclamato califfo di quello Stato, i guerrieri, col ferro e col terrore, hanno in pochi mesi ricompattato tutta la terra di Assur (oggi gravitante nell'orbita del Kurdistan), e qualcosa in più, sotto il loro controllo. Caduta a metà giugno Mosul, la principale città del nord, erede dell’antica Ninive, nelle settimane seguenti sono state conquistate anche Sinjar, ai piedi dell’omonimo monte (dove si crede che Noè passò gli ultimi anni), e, proprio in queste ultime ore, Talkeef. Baghdad appare ormai circondata su due fronti, considerato che anche l’ovest, con Falluja, è da gennaio saldamente nelle mani degli estremisti.
Nell’immediato, però, il problema non è soltanto capire il destino della fragile democrazia irachena del dopo-Saddam, ma è anche e soprattutto la catastrofe umanitaria che le conquiste dell’Isis stanno producendo. Mosul, Sinjar, Talkeef: sono tutte città dove  da tempo convivevano con gli arabi, e pacificamente, comunità di cristiani, anche popolose. L’arrivo dei miliziani di al-Baghdadi ha troncato brutalmente l’armoniosa commistione: solo agli arabi è stato permesso di continuare ad abitare nelle loro case; ai cristiani, invece, si è “consentito” di  scegliere tra la conversione, l’evacuazione o lo sterminio. Che i conquistatori non avrebbero fatto della tolleranza verso le minoranze cristiane una virtù lo si era capito fin dai giorni di Mosul: appena entrati in città, gli uomini dell’Isis hanno avuto cura di distruggere la moschea di Giona – luogo di incontro tra musulmani e cristiani più o meno dal tempo delle Crociate -, e di confiscare tutti i beni agli “infedeli”. Scene simili, se non peggiori, si sono ripetute anche nelle altre città cadute in mani islamiste. Per i cristiani la minaccia non ha solo il volto dichiarato dei nuovi occupanti: ha anche quello più subdolo di colui che, fino a ieri, era il tranquillo vicino di casa islamico, e ora può diventare un delatore o, perché no, un aspirante carnefice in cerca di premi. Non resta che la fuga, perciò, verso le città curde: la capitale, Erbil, ma anche Dahuk e Sulaimaniyya. 
La Chiesa di Roma segue dall’inizio il drammatico evolversi della situazione sulle rive del Tigri. E non si ferma ai proclami: a fine luglio il Pontificio Consiglio “Cor Unum” ha stanziato quarantamila dollari in aiuto ai cristiani di Mosul. E altre iniziative si concretizzeranno. 

 

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