Storia e martirio della Chiesa Ortodossa Croata

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 01/11/2021 in Dal Mondo da Filippo Ortenzi
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Filippo Ortenzi

Sebbene sia il primo Concilio Ecumenico di Nicea (325) che quello di Calcedonia (451) dispongano che i vescovi di ogni Provincia  formino un  Sinodo e, all’interno di esso, scelgano un Metropolita (canone apostolico n. 34: “ I vescovi di ogni nazione scelgano fra loro un primate”) tale norma, “di fatto” spesso non è stata rispettata a causa sia  delle pretese di giurisdizione universale del Vescovo cattolico  di Roma che della deriva “papista” di quello di Costantinopoli, il quale  non avendo praticamente più fedeli in Turchia pretende di avere una giurisdizione universale su tutto l’ecumene ortodosso. La Chiesa Ortodossa in Croazia esiste fin da prima dello scisma del 1054 e già ai tempi di Fozio (863-924) buona parte della Croazia era subordinata alla Metropolia di Spalato, subordinata al Patriarcato (autocefalo) di Aquileia. E’ indubbio che la Croazia sia storicamente legata a Roma e che le prime eparchie (diocesi) ortodosse  sorsero nel 1219 a Ston e Prevlaka/Kotor per opera dei serbi ma è altrettanto certo che, con l’avanzata dei turchi nel XV secolo in Bosnia e nella Croazia centrale emigrarono numerosi ortodossi di etnia valacca e lingua arumena, molti dei quali conosciuti poi come morlacchi (o valacchi neri, intendendo i turchi per nero il nord, ad es. Mar Nero o Mare del Nord). I Valacchi erano pastori ortodossi, ma tra loro c’erano anche unità militari irregolari dipendenti dai turchi note come Martholosen.  Nel 1502 si costituì una sede metropolitana ortodossa nel monastero di Krusedol a Srijem per seguire i fedeli ortodossi valacchi e serbi. Nel 1557 con la restaurazione del Patriarcato serbo-ortodosso di Pec (ora in Kosovo) questi estese la sua giurisdizione sui serbi, i greco-vlach e sui numerosi croati che nei secoli XVI e XVII si convertirono all’Ortodossia, soprattutto nella Croazia Turca (Bosanka Krajina e Dalmazia settentrionale). A causa delle discriminazioni subite nella Croazia cattolica e anche nella Dalmazia veneziana, dove l’ortodossia era perseguitata e si perseguiva una politica di conversione forzata al cattolicesimo, nel 1593 il vescovo dei valacchi Vasilije si trasferì nella Croazia turca (Slavonia) a Orahovica, dove l’islam ottomano mostrava più tolleranza dei cattolici verso l’ortodossia. Dopo che nel 1766, su pressione del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, l’Impero Ottomano soppresse il Patriarcato serbo di Pec e quello bulgaro-macedone di Ocrida, sostituendo tutti i vescovi con episcopi greci, i serbo-valacchi dipendenti dall’Impero Austro-Ungarico si organizzarono, nel 1766  in Metropolia autonoma e successivamente, nel 1848, in Patriarcato a Karlovci (in Vojvodina), questo patriarcato sopravvisse fino al 1918 e curava i fedeli serbi, valacchi e morlacchi, croati e rumeni.

Quando 1918, alla fine della prima guerra mondiale, fu fondato il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, nel territorio del nuovo stato a livello metropolitano diverse giurisdizioni ortodosse, il Patriarcato di Karlovci (serbo-valacco-rumeno), il Patriarcato di Pec e Belgrado (serbo),  la Chiesa Autocefala (dal 1905) del Montenegro-Littorale (Arcidiocesi di Zeta), l’Arcidiocesi bulgaro-macedone di Ocrida, la sede metropolitana di Bukovinsko-Dalmazia e la Chiesa Ortodossa Serba Nazionale Autonoma in Bosnia ed Erzegovina ambedue sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli. Tutte queste Chiese furono unite a Belgrado il 26 maggio 1919 in un’unica Chiesa Ortodossa Serba per il regno appena formato. Da allora iniziò la serbizzazione della popolazione ortodossa jugoslava, e  tutti gli ortodossi nel territorio della Jugoslavia, compresa la popolazione non serba (valacchi, rumeni, macedoni, montenegrini, croati, bulgari, ucraini, albanesi, greci, ruteni, ecc.) erano subordinati al Patriarca di Belgrado e considerati ortodossi serbi. Va precisato che le attuali lingue: croato, serbo, bosniacco e montenegrino non sono altro che dialetti di un’unica lingua serbo-croata. Nel 1941, a seguito del crollo del Regno di Jugoslavia sotto la pressione militare dell’Asse, fu fondato lo Stato Indipendente di Croazia, comprendente buona parte della Croazia e della Bosnia Erzegovina (meno l’Istria e la Dalmazia occupata dal Regno d’Italia). In tale territorio vivevano (censimento 1931) oltre sei milioni di abitanti; di questi 750.000 erano croati di fede islamica (nel dopoguerra Tito li fece considerare come etnia a sé stante col nome di Bosgnacchi, fino allora si sentivano croati, tanto che molti di loro militavano nelle milizia ustascia e diedero numerosi volontari alla Waffen SS) e  il 31% della popolazione era ortodossa, nella stragrande maggioranza serba. Il Governo filo-nazista croato, riconobbe soltanto tre religioni: la Chiesa Cattolica, l’Islam e il  Protestantesimo (luterano e calvinista) della confessione  Elvetica di Augusta (alla quale aderiva una parte dell’allora numerosa minoranza tedesca). Lo Stato Indipendente di Croazia osteggiava però  la Chiesa Ortodossa Serba, vista come la longa manus dello Stato serbo in territorio croato, come anche la religione ebraica per motivi razziali, avendo sposato le dottrine razziste del nazionalsocialismo tedesco. La posizione del governo croato rispetto all’Ortodossia fu chiaramente espressa dal Capo del Governo ustascia, dott. Ante Pavelic: “La Chiesa ortodossa serba è parte integrante dello Stato serbo. La gerarchia della Chiesa ortodossa serba è guidata dallo Stato serbo … In Croazia potrebbero esistere Chiese mondiali che non dipendono da uno Stato, e ci sono tali Chiese. Ma se una Chiesa non è una Chiesa mondiale, allora può essere solo una Chiesa nazionale croata, può essere solo una Chiesa che ha piena libertà nel campo spirituale e nella libertà di coscienza, ma in tutte le altre questioni deve essere sotto il controllo dello Stato croato.” Gli ustascia perseguitarono i serbi in quanto tali, e si resero responsabili di atrocità sia verso gli stessi che verso gli ebrei, analogamente va detto che i cetnici serbi facevano lo stesso verso i croati e i musulmani (allora come anche nella seconda metà del XX secolo). Va ricordato che prima della serbizzazione dell’Ortodossia nell’ex Jugoslavia non furono pochi eminenti patrioti croati di fede ortodossa, tra i quali ricordiamo ad esempio il più grande poeta del Risveglio Nazionale Croato; Josip Runjanin (1821-78), il compositore dell’inno nazionale croato; Makso Prica (1823-73),  il dottor Gavro Manojlovic (1856-1926), storico e presidente dell’Accademia jugoslava delle scienze e delle arti e financo esponenti del Partito Croato dei Diritti come lo scrittore e politico ustascia Nikola Kokotovic (1859-1917), i generali Fedor Dragojlov e Djuro Grujic, capi di stato maggiore dell’esercito croato durante la seconda guerra mondiale ecc. Va ricordato che il dottor Ante Starcevic, fondatore del moderno nazionalismo croato e del Partito dei diritti, aveva la mamma di fede  ortodossa. La posizione anti serba del governo croato era tale che alcuni sostenevano che i serbi andavano: per un terzo ammazzati, per un terzo espulsi e per un terzo assimilati favorendo la conversione forzata al cattolicesimo. Già  alla fine dell’800 in Croazia si iniziava a parlare della necessità di costituire una Chiesa Nazionale Ortodossa Croata. Nel 1942, anche al fine di dare una copertura religiosa anche agli ortodossi serbi, il dott. Vinko Kriskovic sostenne un cambiamento liberale nello status giuridico dei serbi in Croazia sulla base dei diritti umani, della libertà di confessione, dell’etica e morale,  sottolineando che la Chiesa ortodossa croata sarebbe stata istituita come primo passo verso questa pacificazione.  Il 31 marzo 1942, il Governo dello Stato Indipendente di Croazia istituì la Chiesa ortodossa Croata. Questa era una  Chiesa autocefala ed episcopale, che avrebbe dovuto avere quali organi ecclesiastico-gerarchici: il Patriarca della Chiesa Ortodossa Croata e il Metropolita di Zagabria, il Santo Sinodo, l’Alta Corte Ecclesiastica, l’Episcopato, i tribunali parrocchiali, i sacerdoti e i consigli amministrativi ecclesiastici ed era divisa  amministrativamente in eparchie (diocesi), decanati e parrocchie. Metropolita di Zagabria fu incoronato il vescovo russo Germogen, l’ex metropolita di Novomoskovsk (regione cosacca del Kuban) emigrato in Jugoslavia dopo il crollo delle Armate Bianche per opera dell’Armata Rossa, che fu solennemente intronizzato a Zagabria,  il 7 giugno 1942, nella chiesa ortodossa della Santa Trasfigurazione. Dalle memorie del suo segretario apprendiamo che  a seguito della fondazione della Chiesa Ortodossa Croata  furono rilasciati circa 3000 detenuti ortodossi dai campi di detenzione di Sisak, Slavonski Brod, ecc. e che alcuni sacerdoti che non erano emigrati in Serbia  tornarono dal campo di detenzione di Caprag al loro gregge. Molte chiese ortodosse che erano state chiuse furono immediatamente riaperte e lo stesso  metropolita Germogen fu personalmente presente alla riapertura delle chiese di Mitrovica, Ruma, Irig e Srijemski Karlovci ecc. Furono pubblicati libri liturgici in lingua croata e lettere latine (al posto dell’alfabeto cirillico) e adottato il calendario gregoriano al posto di quello giuliano usato dai serbi. Con la costituzione della Chiesa Ortodossa Croata diminuirono fortemente le conversioni forzate al cattolicesimo e tanti che si erano convertiti per paura ritornarono all’ortodossia. Alla Chiesa Ortodossa Croata aderirono diversi sacerdoti ortodossi croati, russi, rumeni, serbi ed anche qualche sacerdote greco-cattolico uniate. Il 4 agosto del 1944 la Chiesa Ortodossa Croata fu riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa Ortodossa Rumena – Patriarcato di Bucarest. Nel 1945, a seguito della sconfitta delle forze dell’Asse e il crollo dello Stato Indipendente della Croazia, il governo comunista di Tito sciolse la Chiesa Ortodossa Croata e restituì la giurisdizione su tutti gli ortodossi della Jugoslavia alla Chiesa Ortodossa Serba. Il Metropolita Germogen e tutti i sacerdoti e dirigenti ortodossi croati catturati dai partigiani furono assassinati in quanto reputati anticomunisti. Sua Grazia mons. Germogen (nome secolare Georgy Ivanovich Maximov), insieme al vescovo Spiridon, a diversi sacerdoti e fedeli fu fucilato (aveva 84 anni)  dai comunisti il 30 giugno 1945. Durante la guerra ben 28 sacerdoti ortodossi croati furono assassinati dai partigiani titini e oltre 70 dopo la cosiddetta liberazione da parte del Governo comunista jugoslavo. E’ soltanto dal 1990 che nella Croazia, ormai indipendente, dove all’ultimo censimento del 2011 su 4.284.889 abitanti, di cui 3.874.321 croati, ovvero il 90,42 per cento, ben 16.647 cittadini di etnia croata si sono dichiarati cristiani ortodossi (per curiosità si sono dichiarati tali anche tre cittadini di etnia ebraica) che si è iniziato a parlare di ricostruzione della Chiesa Ortodossa Croata, richiesta che ha avuto l’avallo politico del Partito Croato dei Diritti ma è stata osteggiata dal Governo croato a dalla Chiesa Ortodossa Serba (i serbi sono 186.633 il 4,4% della popolazione della Croazia). Oltre gli ortodossi croati vi sono anche altre minoranze non serbe di religione prevalentemente ortodossa che vivono in Croazia, tipo (sempre censimento 2011): 4.517 montenegrini, 4.138 macedoni, 1936 ruteni, 1878 ucraini,  1279 russi, ed altri 3.000 tra bulgari, rumeni, valacchi, bielorussi, greci, moldavi, armeni ecc. Tutte queste popolazioni aspirano alla costituzione di una Chiesa Nazionale Ortodossa Croata, staccata da quella serba, affinché anche la Croazia, come l’Italia, la Francia, la Spagna, ecc. abbia la possibilità di avere, ai sensi del canone apostolico n.  34 (mai abrogato da alcun Concilio Ecumenico) una propria Chiesa Ortodossa Autocefala. 

   Sua Ecc. Rev. Filippo Ortenzi

Chiesa Ortodossa Italiana

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