Özgen Kolasin's "The Scapegoat Mechanism": Can Violence Itself Solve Violent Situations?

pubblicato il 26/06/2020 in Dal Mondo da Marco Zonetti
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Marco Zonetti

Acclaimed archaelogist and social scientist Özgen Kolasin, born in Istanbul, Turkey and based in Perugia, Italy, courageously tries to find an answer to a peculiar dilemma dating back to the dawn of humanity. Can violence itself solve violent situations?

In her paper called Peace Through Violence: the Sacrificial Mechanism as a Religious Resolution of Conflicts, Kolasin starts from the "scapegoat mechanism" to describe the dynamics of conflict-solving over the centuries and among different cultures by identifying an "enemy" whose killing or punishment is cathartic for the entire community. Using violence, therefore, to bring peace. 

The author wisely suggest that nowadays the "scapegoat mechanism" is still used, though sneakily. For example, everyday we can find new scapegoats created by the media, and Kolasin cleverly highlights that even wars are disguised as "peace operations", with their "collateral damages" aka expendable victims. And who more than a scapegoat can be described as an expendable victim? And what about the gypsies, the gagè, a name which actually means "the other"? "The gagè are the scapegoats of all times for having always been different and having always been outsiders to the community. That makes them expendable". 

According to the "scapegoat mechanism", you can always find an "outsider", a "stranger", someone "different", in one word "others", to sacrifice as a victim for the common good. Cathartic as it may appear, though, violence is violence, even if it seems to bring - an illusory - peace. Using violence doesn't end violence, like "an eye for an eye" makes the whole world blind.

As far as Özgen Kolasin is concerned, the right way to promote peace and harmony is eliminating the "self" to be able to become one with "all". If we all are one with "all", to put it simply, there can be no "others". Changing our mind sets "would reflect on larger scales by the function of the collective consciousness". On an academic level, Kolasin hopes for a future neurological and interdisciplinary research concerning these issues and a different attitude of the mass media. Because "new narrative stories create new mind sets". 

L'acclamata archeologa e sociologa Özgen Kolasin, nata a Istanbul e residente a Perugia, prova coraggiosamente a rispondere a un singolare dilemma che risale agli albori dell'umanità. Può la violenza in sé risolvere situazioni violente?

Nel suo paper dal titolo Peace Through Violence: the Sacrificial Mechanism as a Religious Resolution of Conflicts, Kolasin prende l'abbrivio dal "meccanismo del capro espiatorio" per descrivere le dinamiche della risoluzione dei conflitti nel corso dei secoli e fra culture diverse, identificando un "nemico" la cui uccisione o punizione risulti catartica per l'intera comunità. Facendo ricorso alla violenza, dunque, per portare la pace.

L'autrice suggerisce saggiamente che oggi il "meccanismo del capro espiatorio" sia ancora in uso, seppur in maniera subdola. Ogni giorno, per esempio, possiamo trovare nuovi capri espiatori creati dai media, e Kolasin intelligentemente evidenzia che perfino le guerre sono camuffate da "operazioni di pace", con i loro "danni collaterali", alias vittime sacrificabili. E chi più di un capro espiatorio può essere descritto come una vittima sacrificabile? E che dire degli zingari, i gagè, un nome che a tutti gli effetti significa "l'altro"? I gagè sono i capri espiatori di tutti i tempi nel loro essere stati sempre diversi e sempre degli outsiders rispetto alla comunità. ll che li rende "sacrificabili".

Secondo il "meccanismo del capro espiatorio", dunque, si può sempre trovare un "outsider", un "estraneo", un "diverso", in una parola un "altro", da sacrificare come vittima per il bene comune. Per catartico che possa apparire, la violenza è violenza, anche se sembra portare a una - illusoria - pace. Usare la violenza non fa cessare la violenza, così come "occhio per occhio" porta solo a una maggiore cecità.

Per quanto concerne Özgen Kolasin, la strada giusta per promuovere pace e armonia sta nell'eliminare il "sé" per essere in grado di diventare parte del "tutto". Se tutti siamo parte del tutto, per dirla in parole semplici, non possono esservi "altri". Cambiare mentalità "si rifletterebbe su una più vasta scala attraverso la funzione della conoscenza collettiva". Accademicamente parlando, Kolasin si augura una futura ricerca neurologica e interdisciplinare relativa a questi temi e a un diverso atteggiamento dei mass media. Questo perché "narrazioni nuove creano mentalità nuove". 

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