“We, the American people”: il vero significato del discorso inaugurale di Trump

Il neopresidente ha giurato, ma restano i dubbi su quali saranno le sue prime manovre. Proponiamo una serie di previsioni.

pubblicato il 21/01/2017 in Dal Mondo da Federico Garcia
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Federico Garcia

Donald Trump si è insediato finalmente alla Casa Bianca. Come sempre impone la tradizione, ieri si è svolto il giuramento pubblico, sulla Bibbia e la Costituzione, del nuovo presidente e vicepresidente, a cui è seguito un breve discorso, generalmente soppesato da analisti e stampa come metro di valutazione delle politiche che verranno portate avanti nei primi 100 giorni della nuova amministrazione.

Per l’ex miliardario dell’edilizia non sembra essere cambiato molto rispetto ai momenti più accesi della campagna elettorale, se si esclude la nozione che ora le parole dette avranno un peso effettivo nelle relazioni tra gli Stati Uniti, la propria cittadinanza ed il resto del mondo.Il tono del discorso è stato compassato ma energetico, molto somigliante a quello di un telepredicatore, forse per volercompiacere quella destra cristiana che molto finirà per pesare nell’economia della maggioranza congressuale repubblicana. I richiami alla Bibbia sono numerosi, ma questo è un aspetto estremamente tradizionale di tutti i giuramenti presidenziali, mentre le intemperanze da “alt-right” sembrano essere state momentaneamente accantonate in favore di un conservatorismo più tradizionale, sottolineato dai riferimenti allo storico culto della bandiera, l’esaltazione dell’impegno delle Armi militari e delle forze di polizia e l’unità di tutte le comunità del paese nel difendere l’integrità della nazione, i suoi valori cristiani e le sue libertà costituzionali.

Dopo i ringraziamenti di rito, Trump ha portato, con la consueta verve, uno sferzante attacco all’establishment, additandolo come l’avversario più tenace del potere decisionale del popolo americano, le cui vittorie e conquiste non corrispondono a quelle degli apparati politici, specialmente se di marca democratica.Da qui è disceso un abbozzo di annuncio di programma politico: a detta del nuovo presidente, gli Stati Uniti hanno speso troppe risorse economiche nella cooperazione internazionale, tralasciando le reali necessità di sicurezza e stabilità sociale degli americani. Pertanto, da oggi, i comandamenti della politica nazionale dovranno essere “comprare americano” ed “assumere americani”, configurando dunque una situazione di parziale chiusura delle frontiere anche per l’immigrazione legale e un aumento delle tasse sui beni d’importazione.Non poteva mancare ovviamente un cenno alla lotta al terrorismo, con la promessa di Trump di “sradicare per sempre dalla faccia della Terra” il radicalismo islamico, una promessa forte quanto contraddittoria rispetto a quanto detto poco prima, laddove, attaccando la collaborazione con paesi esteri, il neopresidente aveva lamentato la troppa solerzia delle precedenti amministrazioni nell’intervenire militarmente “in difesa di frontiere non nostre”.

Il discorso, una sequenza di circa 1500 parole, è stato breve e senza altri particolari picchi, il che lascia alcuni dubbi piuttosto gravosi su cosa potrà effettivamente accadere nei prossimi mesi al vertice della piramide del potere americano.
Si pensi alla questione del paventato isolazionismo economico: in un paese in cui quasi metà del debito pubblico è in mano straniera, una chiusura anche solo di breve periodo del commercio di beni di consumo dall’estero non è una possibilità contemplata. Sicuramente è vero che Barack Obama, Hillary Clinton ed i democratici non hanno dimostrato una credibile opposizione ai trattati di libero scambio che coinvolgono gli Stati Uniti e che ne hanno indebolito il tessuto produttivo, ma nessun rappresentante repubblicano con un minimo di ambizioni per il futuro (Paul Ryan, Speaker del Congresso, sopra tutti gli altri) rischierebbe la propria spendibilità politica per recuperare poche centinaia di migliaia di posti di lavoro nel settore manifatturiero, laddove il ritorno economico e d’immagine potrebbe essere molto più ampio investendo nelle energie rinnovabili e nel terziario informatico, settori che consentirebbero un concreto affrancamento commerciale dell’America da partner ingombranti come i paesi del Golfo Arabico o l’India, procurando milioni di nuovi impieghi per tutti quei giovani tra i 25 ed i 40 anni con scolarizzazione medio-alta, che gli effetti prolungati della crisi finanziaria del 2007-09 hanno costretto a trovare  lavori demansionati rispetto alla propria formazione.

Ancora, Trump ha sottolineato, come ogni suo predecessore di qualunque partito, quello che viene definito “eccezionalismo americano”, ovverosia la linea d’azione di politica estera che porta gli Stati Uniti ad agire in difesa dei propri interessi anche violando l’integrità di altri stati; ribadendo tuttavia il desiderio di rendere sempre più deboli i vincoli della NATO con i suoi partner europei, accusati di essere troppo flebili e troppo strategicamente dipendenti dal volere dei vertici militari americani. Nonostante la revisione delle strutture del Patto Atlantico potrebbe rappresentare un dato positivo in favore di un alleggerimento delle tensioni diplomatiche fra Stati Uniti e la Russia, favorendo la creazione di un quadro di relazioni internazionali tripolare (USA, Russia ed Europa) se non addirittura quadripolare (con la Cina a pesare sempre di più nelle economie europee ed africane); è difficile credere che una maggioranza così conservatrice al Congresso violi più di settant’anni di consuetudine del diritto internazionale tornando ad un anacronistico “isolazionismo wilsoniano”, considerando anche il clima di incertezza che circonda la Gran Bretagna, il partner atlantista più importante, ora impegnata e anelante a dissociarsi dall’Unione Europea, ma che mai vorrebbe rinunciare all’alleanza strategica con gli Stati Uniti, rischiando di rimanere realmente isolata rispetto al resto del panorama globale. Il ritorno agli accordi bilaterali proposto dagli advisor strategici di Trump può avere delle positività, ma al momento nessuno degli attori dei palcoscenici più importanti (paesi dell’Est Europa, Nordafrica e partner del Pacifico) ha né la forza né la volontà di negoziare da solo.

Ora, non si può fare altro che attendere l’inizio dell’opera congiunta della nuova presidenza e del Congresso. Ci sono predizioni che vedono Trump tradire la maggior parte delle proprie promesse di campagna elettorale assai prima dei fatidici 100 primi giorni di governo, lasciando presagire una “presidenza parlamentare” portata avanti dal succitato Paul Ryan e dal viepresidente Mike Pence, lasciando a Trump un ruolo di “agitatore di folle” nei meeting nazionali ed internazionali. Tuttavia l’ex-tycoon, potendo annoverare nel suo team di governo  figure di grande peso come l’ex CEO di ExxonMobile Rex Tillerson, non sembra disposto a cedere, ed in questo il suo migliore alleato potrebbe essere, anche se inconsciamente ed a posteriori, proprio il presidente uscente Barack Obama. Infatti, durante il periodo di transizione, l’attività dell’ex inquilino della Casa Bianca è stata febbrile, realizzando in tre mesi passi storici, come l’abolizione dello status speciale per gli immigrati da Cuba, la cancellazione del registro dei cittadini di fede islamica ed il perdono degli whistleblowers Chelsea Manning ed Edward Snowden, tutte azioni di cui Trump potrebbe beneficiare nel lungo periodo, imponendone la discussione o ridiscussione all’agenda del Congresso e “distraendolo” dall’approvazione di politiche ostili al proprio programma, prendendone poi il merito di fronte all’elettorato americano, attualmente molto ostile al nuovo presidente, ma che potrebbe presto abituarsi se le promesse di unità nazionale e lotta all’establishment (o perlomeno a quello politico bipartisan) non verranno eccessivamente snaturate.

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