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Caso Regini, condannati tre 007 egiziani per sequestro di persona

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La Corte d'Assise di Roma ha condannato a 10 anni di reclusione tre agenti dei servizi segreti egiziani per il sequestro di persona pluriaggravata di Giulio Regeni. La sentenza di primo grado, emessa il 28 settembre 2026 dopo oltre otto ore di camera di consiglio, costituisce la prima verità processuale riconosciuta dalla magistratura italiana sul caso del ricercatore friulano rapito e ucciso al Cairo nel 2016.

Il verdetto ha riguardato il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, il colonnello Uhsam Helmi e il colonnello Athar Kamel Mohamed, tutti giudicati in contumacia a causa della mancata collaborazione delle autorità egiziane. Rispetto alle richieste iniziali della Procura di Roma, i giudici hanno fatto cadere l'accusa di omicidio volontario, confermando la responsabilità per le torture e il sequestro di persona. È stato invece assolto per non aver commesso il fatto il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, la figura più alta in grado tra gli ufficiali coinvolti.

I genitori del giovane ricercatore, Paola Deffendi e Claudio Regeni, presenti in aula insieme, hanno accolto la decisione con visibile commozione. La famiglia ha espresso parziale soddisfazione per un traguardo giudiziario arrivato dopo un decennio di depistaggi, ostacoli diplomatici e rinvii istituzionali. La Corte ha inoltre disposto provvisionali di risarcimento economico a favore dei familiari, che hanno da sempre configurato la vicenda come una battaglia universale per i diritti umani.

La ricostruzione dei fatti risale al 25 gennaio 2016, giorno della scomparsa di Regeni al Cairo. Il dottorando ventottenne dell'Università di Cambridge si trovava in Egitto per una ricerca sui sindacati dei venditori ambulanti, un tema monitorato con sospetto dal regime locale. Il corpo martoriato del giovane venne ritrovato il successivo 3 febbraio lungo la strada statale per Alessandria; gli esami autoptici accertarono che il decesso era stato causato da violente e prolungate torture fisiche.

Sul piano delle relazioni internazionali, la sentenza di Roma interviene in un quadro di delicati equilibri politici ed economici tra Italia ed Egitto. Nonostante i numerosi incontri bilaterali avvenuti negli anni tra i vertici di Roma e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, l'assenza di notifiche ufficiali agli imputati ha costretto la giustizia italiana a un lungo iter normativo per incardinare il processo. Questo primo punto fermo giudiziario certifica ora in modo formale la responsabilità di apparati statali del Cairo nella catena di eventi che portò alla morte del ricercatore italiano.

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