Bambini di guerra

Il dramma del popolo siriano

Articolo di giornalismo partecipativo pubblicato il 19/03/2016 in Dal Mondo da Lorenzo Fantacuzzi
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Lorenzo Fantacuzzi

La guerra in Siria ha costretto più della metà della popolazione ad abbandonare le loro case e ha creato una generazione di bambini con cicatrici fisiche e psicologiche, difficili da sanare. Nonostante i traumi subiti, alcuni di questi giovani sono ancora in grado di ispirare coloro che li circondano.

Ibrahim, 12 anni, si muove senza sforzo sulle sue stampelle. Mi chiede se ho il coraggio di vedere la sua gamba maciullata. L’ha quasi del tutto persa in un attacco aereo che ha ucciso sua madre, due sorelle, tre fratelli, uno zio e cinque dei suoi cugini. Elenca i suoi parenti morti come se fosse del tutto normale perdere metà della propria famiglia.

Ibrahim insieme e suo padre, hanno ottenuto lo status di rifugiato. Partiranno per Monaco di Baviera. Gli chiedo se sia contento di questa notizia, mi risponde: "Niente affatto, è lontano. Lontano da casa, troppo lontano." Ibrahim vuole tornare in Siria non appena possibile. Vuole diventare un reporter di guerra. "Il mondo non conosce che la metà di quello che sta succedendo lì", mi dice.

Rouaa, cinque anni, dice che tornerebbe in Siria anche domani se potesse. Vuole ritrovare la bambola che ha nascosto in un cassetto quando, insieme alla sua famiglia ha dovuto lasciare il suo quartiere per un attacco chimico nel 2013.

Samir dieci anni, ha perso entrambe le gambe, un occhio e una mano per l’esplosione di una mina, mentre giocava per strada. Gli hanno curato le ferite e applicato delle protesi. Non aveva nessuno della sua famiglia a sostenerlo il giorno in cui ha mosso i suoi primi “nuovi” passi.

Il giorno dopo che gli avevano montato le protesi alle gambe ha iniziato a camminare. Dai primi passi esitanti, poi è diventato sempre più determinato.

Passo dopo passo senza fermarsi un solo istante, la sera era stremato.

Migliaia di famiglie siriane sono in movimento verso l’Europa. Fuggono da orrori inimmaginabili.I bambini che vivono questo viaggio, forzato, spesso non capiscono il motivo della fuga e vogliono solo ritornare a casa.

Mustafa, cinque anni, anche lui ha dovuto imparare a camminare di nuovo dopo che una granata ha colpito la sua casa alla periferia di Aleppo. Entrambi i suoi genitori sono stati uccisi e ha trascorso un anno in ospedale.

Ha bisogno ancora di una protesi all’anca. L'ospedale gestito da Medici Senza Frontiere ad Amman, che presta i primi soccorsi ed effettua una prima chirurgia ricostruttiva alle vittime di guerra, non è al momento attrezzato per svolgere tutte le operazioni necessarie.

Mustafa è un po’ la mascotte dell’ospedale, mi spiega il responsabile di pediatria, del centro di accoglienza dove ora vive, nell’attesa di completare l’operazione.  Quando è arrivato in ospedale, non riusciva a stare in piedi, era malnutrito e così traumatizzato che non voleva mangiare. Urlava ogni volta che vedeva qualcuno in camice bianco.

Riusciamo ad immaginare l’entità del danno psicologico che questa guerra ha fatto al popolo siriano?

Ci preoccupiamo di “gestire” questi flussi migratori senza tener conto di un semplice fatto oggettivo. Per la maggior parte di loro non si tratta di migrazione, stanno praticamente fuggendo. Hanno lasciato le loro case, le loro abitudini e tradizioni per paesi che sono completamente lontani dalla loro cultura.  

Dopo quasi cinque anni di guerra, dovremmo domandarci come hanno fatto le famiglie siriane superstiti a rimanere ancora unite.

 

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