“Certamente c’è dietro lo Stato Islamico”.
Sono state queste le prime parole del capo della polizia di Giacarta, Tito Karnavian, a commento dei fatti di sangue avvenuti nella capitale indonesiana la mattina di giovedì, 14 gennaio. Le sue parole sono state riportate dalla Bbc online. A togliere ogni dubbio una rivendicazione giunta online di lì a poco da quella che si può considerare l'agenzia di stampa ufficiale del Daesh, Aamaaq.
Tuttavia, per apprezzare la vaidità della connessione istintivamente istituita da Karnavian, probabilmente non era neppure necessario un dispaccio di agenzia: sarebbe bastato ripescare le minacce che all’Indonesia erano state indirizzate dal Califfato alla fine del scorso anno, e valutare con più attenzione il minaccioso messaggio di al-Zawahiri solo qualche giorno prima dell'attacco. Il problema è che quasi sempre certi segnali vengono presi sottogamba, per poi ricordarsene quando è troppo tardi. Quando, cioè, c’è solo il tempo di subire e poi, appellarsi al coraggio della nazione, come ha fatto, puntualmente, il presidente Joklo Widodo, non appena la situazione è tornata di nuovo calma.
Così, quattordici anni dopo la strage di Bali, la prima grande “strage turistica” della Jihad del Terzo millennio, e sei anni dopo il doppio attentato agli hotel Marriott e Ritz nella capitale, la Repubblica-arcipelago asiatica, popolata per la maggior parte da musulmani moderati, torna nel mirino dei terroristi. Sette violente deflagrazioni si sono verificate ieri mattina nel quartiere diplomatico di Giacarta, non molto lontano da alcune sedi di ambasciate straniere e da un ufficio Onu.
Di queste, almeno una è stata provocata da kamikaze: teatro dell’attacco suicida un bar della catena Starbucks. I kamikaze, in numero di tre secondo la testimonianza di una guardia di sicurezza, facevano parte di un commando di quattordici persone. La polizia, al termine di un violento scontro a fuoco con gli altri componenti della brigata che, approfittando del caos seguito alle esplosioni da loro provocate , si erano asserragliati dentro il centro commerciale Sarinah, nell’omonima piazza, ha catturato quattro di essi, e ne ha uccisi cinque. Senza tenere conto, dunque, dei tre kamikaze che si sono sacrificati, al momento in cui scriviamo sarebbero ancora in fuga altri due combattenti del commando. Il bilancio delle vittime, aggiornato a ieri sera, conta sette morti inclusi gli attentatori (fonte la Repubblica): si parla di un indonesiano e di un cittadino olandese, funzionario dell'Onu, che, altrimenti, potrebbe comunque versare in condizioni gravissime, come vuole il ministero degli Esteri del suo Paese. Sospeso tra la vita e la morte è anche un canadese.
In seguito agli attacchi, l'ambasciata americana a Giacarta ha rivolto un "messaggio di emergenza" a tutti i cittadini statunitensi che si trovino nella città, invitandoli ad evitare l'area epicentro dell’azione terroristica, compresa tra le vicinanze dell'hotel Sari Pan Pacific e la piazza Sarinah.
Parlando alla Bbc, Karnavian non si era limitato ad accusare genericamente gli al-baghdadiani, ma aveva anche fatto un nome preciso: ad orchestrare tutto, a suo parere, sarebbe stato Bahrun Naim, un combattente dell'Isis in Siria. Conosciamo meglio questo uomo nero del terrorismo indonesiano. Trentaduenne ingegnere, Naim dal 2014 si è aggregato all'Isis per andare a combattere contro Assad, dopo aver militato in un gruppo di supporto alla milizia creato nella sua città, Solo (gruppo con cui, naturalmente, continua a mantenere stretti contatti). Prima di partire, in patria era già noto come consulente per la fabbricazione di bombe e finanziatore di attacchi esplosivi, oltre che per essere stato condannato a due anni e mezzo di reclusione in quanto detentore abusivo di armi da fuoco.

