Creativo sì, coglione no: sul web spopola la campagna per dire 'basta' al 'lavoro gratis'

L'idea, con realizzazione di 3 spot video, lanciata da tre giovani

pubblicato il 18/01/2014 in Curiosità da www.diregiovani.it
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"No, forse non ci siamo capiti. Per questo progetto non c'è budget. Non posso pagarti però fa curriculum". Quante volte ci siamo sentiti rispondere in questo modo dopo aver messo a disposizione il nostro tempo, il nostro impegno e il nostro lavoro.

La nuova generazione è creativa e motivata, ma spesso, troppo spesso, le aziende grandi e piccole si approfittano della "situazione di crisi perenne" che osteggia l'Italia sfruttando in particolare una determinata categoria di lavoratori. Si tratta dei freelance, quei professionisti creativi che come molto spesso accade, vengono ricompensati per il lavoro con la moneta della "visibilità". Come se con la visibilità si potesse mangiare o pagare un affitto.

La piaga dello sfuttamento dei creativi è il filo conduttore della campagna #coglioneNo, 3 video per dire basta al lavoro gratis realizzati da +ZeroProduzioni.

"Vogliamo ricordare a tutti che siamo giovani, siamo freelance, siamo creativi ma siamo lavoratori, mica coglioni", scrivono sul loro sito i tre giovani videomaker italiani che hanno dato vita alla campagna. Diresti all'idraulico, al giardiniere o all'antennista che come salario basta la visibilità? O il curriculum? Dietro questa domanda nasce l'idea di Niccolò Falsetti, 26 anni, Stefano De Marco, 25 anni e Alessandro Grespan. "I video nascono per denunciare questa situazione, che è vergognosa. Se ci sono competenze e professionalità, lavorare gratis è inaccettabile.  Esistono mestieri che hanno una loro dignità, riconosciuta dalla società: nessuno si sognerebbe mai di non pagare l’idraulico o il calzolaio. Chi sceglie un lavoro creativo viene sempre trattato come un figlio di papà, qualcuno che si può permettere di inseguire per sempre la chimera di un’occupazione divertente e fantasiosa, ma non è così. Se si parla di prime esperienze, allora può essere anche comprensibile pagare per la propria formazione, ma non può essere la regola".

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