Dopo essermi rassegnata a non veder e più i miei vestiti , (nessuno mi ha chiamato, ho telefonato io e nessuno mi ha risposto) aiutata dal sole di un’estate stranamente caldissima per queste latitudini, sto vincendo alla grande la sfida. Sono una donna italiana non più giovanissima che gira rilassata e contenta con un paio sandali, un paio di pantaloncini e uno di pantaloni, un maglione due magliette e nessun trucco in tutti i sensi. Diciamolo: uno a zero per me. Con grande entusiasmo ho iniziato a dedicarmi seriamente all’osservazione di questo strano paese pieno di contraddizioni come ogni paese che si rispetti.
La Danimarca è nota per la sua civiltà, per la sua sicurezza il senso dell’ordine e le sue biciclette. Gli amici che mi hanno gentilmente offerto ospitalità mi hanno ribadito più volte la comodità di spostarsi su due ruote. Il tassista polacco che mi ha ritirato dall’aeroporto mi ha subito avvertito: "qui si va in bicicletta" E ha aggiunto che il territorio pianeggiante aiuta, indicandomi le spaziose larghe e accoglienti piste ciclabili presenti in ogni dove. Ha dichiarato pure: "Questi signora sono pazzi vanno in bicicletta anche con la neve" Lo stesso cordialissimo tassista mi ha avvisato che la Danimarca è cara, non quanto la Norvegia ma comunque costosa ( per fare un euro ci vogliono più o meno 7 corone e il tassista ha ragione) che è un paese con poca delinquenza dove si vive bene, dove lui ha intenzione di trasferirsi per sempre e non per una stagione come programmato. Come fuori programma mi ha fatto notare che gli uomini “toscani” sono troppo svegli, uno di loro, un tal “Giuliano” ha fatto piangere sua cugina, adesso la ragazza ha scelto un danese che sono uomini tranquilli perché fatti della stessa sostanza dei divani.
Venendo a me appena arrivata a Norrerpot, quartiere multietnico a 6 km a nord ovest dal centro di Copenhagen ho sentito forte il desiderio di mischiarmi nella folla dei virtuosi ciclisti. Ho due bici per adulti ma dove metto mio figlio di otto anni? Nel classico portapacchi neppure a pensarci. Ho visto davanti alle bici dei contenitori di ferro in simil cassonetto dove i genitori inseriscono i pargoli. Bene è una soluzione che lascio ai genitori di Copenhagen. Io da brava mamma italiana non inserisco la carne della mia carne in un in un cestello di bandone con il caldo di questi giorni e il pericolo che funzioni da paraurti. Nel paese della sicurezza non mi pare una mossa molto sicura. Siamo scesi per noleggiare una bici adatta ma negli appositi negozi ci hanno detto che non hanno biciclette per bambini di otto anni che non vogliono stare nei cassonetti. “ Allora che paese di ciclisti è ?” mi ha chiesto il figlioletto con logica lapalissiana. Non ho saputo che dire. Ora dopo qualche giorno posso sicuramente rispondere “un paese di arroganti su due ruote” eh si perché camminando per la città più di una volta questi personaggi mi hanno fatto il pelo senza nessun rimorso. Ovunque cammini ci sono biciclette e piste ciclabili e i pedoni? Questi ciclisti non solo li devi vedere o prevedere ma li devi percepire come un radar, perché non guardano in faccia nessuno. Quelle sono le loro piste e guai a chi capita dove non deve. Ti sfrecciano accanto senza pietà e ti accorgi che non ti hanno minimamente calcolato e mai ne hanno avuta l’intenzione. Con determinazione del tutto nordica nelle loro piste non prevedono l’imprevisto. Pedalano sicuri e veloci con il carico della prole che sgambetta felice. Chi non ha figli ci mette il cane, le piante, la spesa , la nonna il marito e la moglie. Insomma il vero pericolo a Copenhagen sono proprio loro. I più aggressivi sono quelli con caschetto di protezione guanti di pelle e occhiali scuri. Aggressivi, convinti di essere nel giusto, e per niente inclini alla comprensione di noi poveri stranieri non abituati alla loro esistenza. Ma chi mi ricordano? Toh gli automobilisti italiani. (caschetto a parte)
