Ci sono canzoni che non appartengono a un’epoca ma a una condizione dell’anima. Brani che ritornano quando serve, come richiami profondi che la memoria conserva e custodisce in silenzio. Sono le canzoni che resistono al tempo, ai cambiamenti del mondo, alla velocità che consuma tutto. “Voglio un Dio” di Rodolfo Banchelli appartiene a questa categoria rara: è una traccia che vive tra le pieghe emotive di chi ascolta, pronta a riaffiorare quando lo sguardo cerca un punto fermo.
La storia di questo brano comincia negli anni ’90. Banchelli lo compose in un momento in cui la canzone d’autore italiana stava cambiando pelle, e nel 1997 il brano arrivò sul palco del Festival di Sanremo nella voce delicata e intensa di Petra Magoni, allora giovane artista dalle tonalità limpide e quasi eteree. Ma oggi, più di vent’anni dopo, “Voglio un Dio” torna in una nuova forma. Non una semplice riproposizione, non una rievocazione nostalgica, ma un’opera che respira un’aria nuova, più ampia, più profonda, più vissuta.
Qui non c’è proclamazione. C’è confidenza.
Non c’è certezza. C’è domanda.
Non c’è urlo. C’è ascolto.
“Non è una canzone religiosa,” spiega Banchelli con naturalezza. “È un bisogno umano. Quel bisogno che ci attraversa quando il mondo ci pesa sulle spalle, quando ci sentiamo piccoli e vulnerabili, e cerchiamo una presenza a cui affidarci. Qualcuno, qualcosa, che ci dica che non stiamo affrontando tutto da soli.”

L’apertura del brano è lenta, quasi sospesa, come se la musica camminasse con passo leggero per non disturbare i pensieri. Il pianoforte e la chitarra dialogano con delicatezza, come due sguardi che si incontrano e si riconoscono senza bisogno di spiegazioni. La voce arriva in punta di piedi: non vuole impressionare, vuole raccontare. Raccontare l’umanità fragile di chi cerca risposte anche sapendo che potrebbero non arrivare mai.
Il ritornello è una preghiera laica, discreta, sinceramente umana. Non invoca un dio definito, non chiede miracoli o salvezze, ma riconosce la necessità del cercare. È nell’atto stesso di cercare che, a volte, abita la pace.
Ed è proprio in questo spazio tra cielo e terra che si muove l’arte di Rodolfo Banchelli. Artista dai mille volti e dalle mille vite. Ha attraversato mondi e discipline: la danza acrobatica, la canzone d’autore, la televisione italiana degli anni più luminosi, il teatro, i locali fiorentini della notte che sono diventati leggende, persino la cucina e l’arte dell’accoglienza. Ogni sua fase è stata un linguaggio, un corpo, un ritmo.

Banchelli non ha semplicemente interpretato la musica.
L’ha portata nella carne.
L’ha fatta diventare respiro.
L’ha trasformata in gesto.
In questa nuova versione di “Voglio un Dio” si sente la voce di un uomo che non ha più bisogno di dimostrare nulla. Una voce che non cerca approvazione, ma verità. Una voce adulta, calma, limpida come uno sguardo che ha attraversato tempeste e ha imparato a restare.
L’arrangiamento attuale, sobrio ma cinematografico, lascia respirare ogni suono. Non vuole riempire tutti gli spazi: preferisce creare un orizzonte aperto, dove le note diventano paesaggio e il silenzio non è vuoto ma presenza. Ogni pausa è parte della narrazione, ogni nota è una finestra su qualcosa che va oltre il visibile.
“Voglio un Dio” non chiede adesioni, non pretende fede. Non vuole convincere nessuno.
Vuole accogliere.
Vuole accompagnare.
Vuole permettere a ciascuno di riconoscersi, anche solo per un istante, nella ricerca.
E quando l’ultima nota svanisce, ciò che rimane non è assenza, ma pienezza. Resta un silenzio caldo, che consola. Un silenzio che dice: va bene non avere tutte le risposte. Va bene continuare a cercare.
Questo ritorno non è un passo indietro.
È un’evoluzione.
È un approdo consapevole.
È un artista che torna al centro di sé stesso.
Ascolta “Voglio un Dio” di Rodolfo Banchelli, prodotto da Music Universe aps e distribuito da Believe Digital, disponibile su tutte le piattaforme digitali.
A volte, la cosa più rivoluzionaria che possiamo fare è fermarci.
Respirare.
E lasciare che una canzone ci attraversi.

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