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L'orgoglio di essere italiani: il Movimento delle Bandiere accende i cuori

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In un tempo in cui il concetto di identità nazionale sembra spesso sbiadire sotto il peso di una globalizzazione impersonale e di un relativismo dilagante, c’è chi ha il coraggio di alzare la voce — e una bandiera — per ricordare che amare la propria patria non solo non è un crimine, ma è un atto di responsabilità, appartenenza e dignità.

La nota giornalista Azzurra Noemi Barbuto - molto apprezzata per la sua schiettezza e spesso ospite nella nota trasmissione di attualità “Ore 14” su Rai2 , condotto sa Milo Infante-, in qualità di fondatore e Presidente del Movimento delle Bandiere, sta promuovendo una manifestazione che si terrà a Milano in Piazza Oberdan sabato 18 ottobre alle ore 15:00. L'evento, promosso sui canali social, ha un titolo particolarmente incisivo: "Perché amare la patria non è un crimine. Perché essere italiani non è una colpa. Perché l'orgoglio è l'unico antidoto al senso di colpa che ci sta cancellando". Ciononostante, nelle ultime settimane, la stessa promotrice, Azzurra Barbuto, è stata oggetto sui social di offese e minacce da parte di chi non condivide la tematica sostenuta dal Movimento delle Bandiere.

L’intenzione del Presidente Barbuto ha uno scopo ben preciso, riportare al centro del dibattito pubblico un tema troppo a lungo trattato con imbarazzo o sospetto: l'orgoglio nazionale. Non si tratta di nazionalismo cieco, né tantomeno di esclusione dell’altro. Al contrario, la manifestazione richiama un sentimento profondo e inclusivo: quello di unione, di consapevolezza delle proprie radici, della propria cultura e dei valori che definiscono l’italianità. Una fierezza che non ha nulla a che vedere con la superiorità, ma molto con il rispetto per sé stessi. È un invito a ricordare che l’Italia è più della somma dei suoi problemi: è arte, storia, ingegno, resilienza, comunità. È il Paese che ha dato i natali a Dante, Verdi, Leonardo, Rita Levi-Montalcini. È la patria di milioni di cittadini che, ogni giorno, con fatica e passione, contribuiscono a tenerla in piedi, spesso in silenzio. Chi scende in piazza sotto una bandiera tricolore non lo fa per dividere, ma per affermare un’identità che ha il diritto di esistere e di essere celebrata, senza vergogna e senza timore. In un’epoca in cui sembra più accettabile provare imbarazzo per ciò che si è, piuttosto che fierezza, il Movimento delle Bandiere lancia un messaggio potente: l’orgoglio è l’unico vero antidoto al senso di colpa, al nichilismo, alla perdita di sé.

Il fenomeno dei “maranza” e l’estetica del disinteresse

Basta fare un giro in molte città italiane per accorgersi della crescente influenza di uno stile giovanile definito “maranza”: un mix di moda ostentata, linguaggio gergale, culto dell’apparenza e totale disinteresse per la cultura nazionale. Si tratta di un fenomeno che va ben oltre la musica o il modo di vestirsi: è lo specchio di una crisi culturale più ampia, dove tutto ciò che richiama le radici italiane viene ignorato o considerato “da vecchi”.

In questo contesto, la bandiera italiana è assente. Non viene rispettata, conosciuta o sentita come propria. Per molti giovani, il Tricolore è solo un simbolo visto ai Mondiali di calcio, e niente di più. La parola “patria” risulta spesso sconosciuta, quando non fraintesa o associata a ideologie estreme, perdendo così il suo significato autentico: quello di appartenenza, responsabilità e memoria collettiva. In un mondo sempre più globalizzato, il significato di patria e bandiera può sembrare meno evidente. Eppure, proprio oggi è importante riscoprire questi simboli con uno sguardo critico ma consapevole, per non perdere il senso di appartenenza e di responsabilità verso la collettività. La bandiera e la patria non sono strumenti di divisione, ma ponti tra passato e futuro, tra individui e comunità. Sono simboli che ci ricordano da dove veniamo e ci guidano verso ciò che possiamo diventare.

Accogliere chi fugge da guerre, persecuzioni o miseria è un dovere morale e giuridico, ma è altrettanto necessario garantire sicurezza e legalità. In troppi casi, chi commette reati – anche se privo di documenti o colpito da decreto di espulsione – resta sul territorio italiano per anni, spesso indisturbato. Questo mina la fiducia dei cittadini nello Stato e nel sistema giudiziario. Serve quindi un approccio più serio ed equilibrato: politiche migratorie che uniscano il rispetto dei diritti umani con la certezza della pena, il controllo delle frontiere con l’inclusione vera per chi ha diritto a restare. L’integrazione non può esistere senza il rispetto delle regole. L’Italia dovrebbe investire di più in programmi di formazione, inserimento lavorativo e conoscenza della lingua, ma anche essere più ferma nel rimpatriare chi rifiuta di integrarsi o delinque. L’accoglienza non deve mai diventare sinonimo di debolezza. La solidarietà deve camminare insieme alla giustizia. Chi arriva in Italia deve essere messo nelle condizioni di vivere dignitosamente, ma deve anche rispettare le leggi del paese che lo ospita. L’Italia ha il diritto – e il dovere – di proteggere i propri cittadini, ma anche l’obbligo morale di aiutare chi è in difficoltà. Tuttavia, la bontà d’animo non può sostituire la fermezza. Per evitare che l'immigrazione venga percepita solo come una minaccia, è necessario creare un sistema più giusto, controllato e responsabile, che premi chi si comporta correttamente e allontani chi ne abusa.

Tutta l’Europa compresa l’Italia si trova ad affrontare sfide profonde. La crescente presenza di culture diverse, in particolare quella islamica, ha alimentato un dibattito acceso su ciò che significa oggi “essere europei” o “essere italiani”. Alcuni vedono in questo cambiamento una ricchezza; altri, invece, temono che sia in corso una progressiva islamizzazione delle nostre società, favorita da un vuoto identitario interno. Per comprendere il timore dell’islamizzazione, bisogna prima analizzare la condizione interna dell’Occidente. Negli ultimi decenni, l’Europa ha assistito a una progressiva erosione dei suoi valori tradizionali: la religione cristiana è sempre meno praticata, la famiglia ha subito trasformazioni profonde, e il senso di appartenenza nazionale o comunitario si è indebolito. In questa crisi di riferimenti, l’identità occidentale appare più fragile, più esposta. Al contrario, molte comunità islamiche in Europa mostrano una forte coesione interna, una fede vissuta con intensità, un sistema valoriale ben definito. Questo contrasto genera, per alcuni, la sensazione che l’Islam stia “riempiendo” un vuoto lasciato da noi stessi.

L’immigrazione è una realtà inevitabile nel nostro tempo, ma è fondamentale chiedersi a quali condizioni essa avviene. Un’integrazione autentica dovrebbe portare al rispetto reciproco, all’adozione dei principi costituzionali del paese ospitante, e a un dialogo tra culture. Tuttavia, in molte aree urbane d’Europa si sono sviluppate enclave etniche e religiose dove il modello multiculturale ha mostrato i suoi limiti. In alcuni casi, si è tollerata la formazione di comunità parallele con usi, costumi e leggi incompatibili con i nostri valori — come la parità tra uomo e donna, la libertà di espressione, o la separazione tra religione e Stato. Questo ha alimentato il timore che l'islamizzazione non sia un processo spontaneo, ma il risultato di una debolezza occidentale nel far valere la propria cultura. Parlare di difesa dell’identità non significa cadere nel razzismo o nella xenofobia. Significa, piuttosto, interrogarsi su cosa siamo disposti a cedere nel nome della tolleranza. L’identità culturale di un popolo è un patrimonio da custodire, non da rinnegare. Chi arriva in Italia o in Europa ha il diritto di essere accolto con dignità, ma anche il dovere di rispettare i valori fondamentali che reggono le nostre democrazie. Il problema non è l’Islam in sé, ma l’incapacità dell’Occidente di credere nei propri valori. Se la nostra società vuole evitare derive culturali o religiose che ne snaturino l’essenza, deve prima recuperare un senso di appartenenza, educazione civica e spiritualità, senza paura di affermare ciò che siamo. L’islamizzazione non è una conquista militare, ma un possibile effetto collaterale della nostra auto-dissoluzione culturale. Solo ritrovando orgoglio per la nostra storia, rispetto per le nostre tradizioni e unità nella diversità, potremo guardare al futuro senza paura. Non si tratta di escludere, ma di recuperare. Recuperare il significato di essere italiani, oggi. Essere italiani non significa solo parlare una lingua comune o vivere nello stesso territorio. Significa condividere una memoria, avere rispetto per la Costituzione, per la storia, per la cultura millenaria che ci ha resi ciò che siamo.

Una società senza memoria è una società debole

Oggi, sempre più giovani – soprattutto nelle periferie urbane – sembrano non sentire alcun legame con la bandiera italiana, con la storia del proprio Paese o con l’idea stessa di patria. Un tempo parole come “onore”, “orgoglio nazionale”, “dovere civico” avevano un peso. Oggi, troppo spesso, vengono viste come concetti superati, “noiosi” o addirittura da deridere. La bandiera e la patria sono due simboli profondamente radicati nell’identità di ogni nazione. Rappresentano molto più di un pezzo di stoffa colorata o di un territorio delimitato da confini: incarnano la storia, i valori, i sacrifici e le speranze di un popolo.

La bandiera è uno dei simboli più riconoscibili di uno Stato. I suoi colori e le sue forme non sono scelti a caso: spesso raccontano la storia del paese, le sue lotte per l’indipendenza, i suoi ideali fondamentali. Per esempio, la bandiera italiana, con il tricolore verde, bianco e rosso, ha origini che risalgono alla fine del Settecento e ha accompagnato il lungo cammino verso l’unificazione nazionale. Il Tricolore ha accompagnato l’Italia nel suo cammino verso l’unità, culminato nel 1861 con la proclamazione del Regno d’Italia. Durante il Risorgimento, era il simbolo della lotta per la libertà dal dominio straniero. Ha sventolato durante le guerre mondiali, è stato difeso da partigiani e patrioti, ed è stato ufficialmente riconosciuto come bandiera della Repubblica Italiana nel 1946, con la nascita della nuova Costituzione. Sventolare una bandiera non è solo un gesto patriottico, ma un atto di riconoscimento e rispetto per tutto ciò che essa rappresenta. Durante le cerimonie ufficiali, le festività nazionali, o in momenti di crisi e solidarietà, la bandiera diventa un punto di riferimento, un simbolo che unisce persone di diverse origini, culture e idee politiche sotto un'unica identità nazionale. La patria è il luogo in cui siamo nati, cresciuti, dove affondano le nostre radici culturali e affettive. È fatta di paesaggi, di lingue, di tradizioni, di persone. Ma la patria è anche un’idea: quella di una comunità che condivide un passato comune e guarda insieme al futuro.

Il problema non è solo dei giovani: è un problema dell’intera società italiana, dell’intera società italiana, che da anni ha smesso di educare al senso civico, al rispetto dei simboli nazionali, alla conoscenza della propria storia. Abbiamo sacrificato l’identità sull’altare della globalizzazione, della superficialità, dell’edonismo mediatico. Eppure, senza radici non si cresce, e senza identità non si costruisce nulla. I simboli nazionali, come la bandiera, non sono oggetti vuoti o imposizioni retoriche: sono segni viventi di un’eredità conquistata con il sangue, con le lotte di chi ha dato tutto per unire questo Paese, per dargli dignità, libertà, giustizia.

Serve una nuova educazione nazionale, che non abbia paura di parlare di patria senza vergogna, che metta al centro la bandiera, le festività civili, il significato profondo dell’identità collettiva. Perché chi non conosce le proprie origini sarà sempre schiavo di mode passeggere, di culture importate senza filtro, di una vita scollegata da qualunque orizzonte più ampio. Oggi la bandiera italiana sventola nei palazzi istituzionali, ma spesso non nei cuori. Questo silenzio è pericoloso. Un popolo che non ama la propria bandiera è un popolo che si arrende. Un giovane che non sa da dove viene è un giovane senza bussola. La bandiera italiana rappresenta tutti i cittadini, al di là delle differenze politiche, religiose o regionali. È esposta negli edifici pubblici, nelle scuole, nei momenti solenni e nei giorni di lutto. È il simbolo che ci unisce come popolo, cultura e destino. Educare al rispetto del Tricolore significa educare al senso civico, al rispetto delle istituzioni e alla consapevolezza di far parte di una comunità storica e culturale. Sminuirla, ignorarla o usarla senza rispetto equivale a dimenticare chi siamo e da dove veniamo. In un’epoca segnata dalla globalizzazione e da sfide culturali complesse, la bandiera resta un punto fermo. Non per chiudersi agli altri, ma per ricordare a noi stessi chi siamo. Amare il Tricolore non significa essere nazionalisti in senso cieco, ma essere responsabili eredi di una storia che continua a chiamarci. Sventolare la bandiera italiana — durante una partita, una celebrazione, o una commemorazione — è un gesto che unisce generazioni, ricorda valori e rinnova l’impegno a costruire un futuro comune. È tempo di ritrovare l’orgoglio di appartenere a una nazione che, con tutti i suoi difetti, ha una storia immensa e un’anima profonda. Solo così potremo guardare avanti con dignità, senza rinnegare chi siamo. Non possiamo continuare a nasconderci dietro l’idea che l’amor di patria sia un residuo del passato o una pericolosa illusione. Amare il proprio Paese — con senso critico, ma anche con lealtà — è un dovere civico, prima ancora che un diritto morale. 

Un Appello alla Stampa Italiana

L'iniziativa di Milano non è solo una manifestazione di piazza, ma un segnale di allarme sociale che interroga tutti: la politica, la scuola e, in primo luogo, i media. La manifestazione del Movimento delle Bandiere merita di avere la stessa attenzione mediatica che è stata concessa alla Cgil e al movimento Pro-Pal. 

In questi giorni, fino al 18 ottobre, la stampa italiana, soprattutto quella parte (Mario Giordano, Maurizio Belpietro, Paolo Del Debbio, Nicola Porro, Tommaso Cerno) più sensibile alle tematiche che pone il Movimento delle Bandiere, dia spazio ai promotori. Il dibattito sull'identità, sull'orgoglio nazionale e sul senso di colpa che paralizza la nostra collettività non può restare confinato ai canali social o alle voci marginali. Dare visibilità a manifestazioni come quella del Movimento delle Bandiere in Piazza Oberdan è un atto di responsabilità editoriale e civica. È fondamentale che i cittadini possano confrontarsi con il messaggio di questa piazza, anche e soprattutto con uno sguardo critico, per evitare che un tema così vitale sia monopolizzato da narrazioni estreme o venga semplicemente ignorato nel silenzio del disinteresse generale. 

La stampa ha il dovere di essere lo specchio del Paese, e l'Italia ha bisogno di vedersi, senza filtri e senza paura, anche quando si interroga sulla propria essenza. La manifestazione promossa dal Movimento delle Bandiere merita rispetto e ascolto. È un segnale chiaro che c’è ancora una parte d’Italia che non si arrende al disincanto e che, tra mille difficoltà, vuole continuare a credere nel valore dell’identità, della memoria e della speranza. 

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