C’è un tempo per sparire e un tempo per tornare. Giulio Brando, cantautore toscano con un passato discografico importante e un lungo silenzio alle spalle, sceglie di tornare con passo leggero, quasi invisibile, ma con una voce che si fa ascoltare proprio perché non cerca il clamore. Il suo nuovo EP, “Nascosto in aria”, è un diario in forma musicale, dove ogni traccia è una pagina intima, attraversata da una scrittura limpida e da suoni che respirano.
L’ingresso nel disco avviene con “Puledro Pazzo”, il brano manifesto. Si parte con un’immagine potente: un cavallo giovane che rompe la gabbia. È una metafora della rinascita, ma anche della vulnerabilità che serve per esporsi. La canzone corre, ma non scappa. È folk nell’anima, ma ha l’orizzonte ampio dei cantautori che sognano in grande, con i piedi nella terra e lo sguardo al cielo. Brando qui si racconta senza difese e lo fa con una melodia che galoppa piano, senza ansimare.
A dare corpo al titolo dell’EP è la seconda traccia, “Nascosto in aria”. È un brano che si muove come una nuvola lenta, che filtra la luce ma non la blocca. Semplice negli accordi, lineare nella forma, ma capace di aprire riflessioni profonde. Qui Brando non rincorre nulla: lascia che sia la canzone a fare il lavoro. Si ha la sensazione che la voce canti solo quello che davvero vuole dire, e questo lo si avverte anche nei silenzi, nei respiri.
Poi arriva “Il mio viaggio”, una canzone on the road che profuma di asfalto e pensieri notturni. Brando si interroga: è un viaggio reale o un sogno? Non importa. La musica accompagna la domanda con chitarre aperte, atmosfere americane, un’eco lontana di Springsteen che non dà fastidio, ma anzi, rassicura. È un brano carico di riflessioni, ma tenuto insieme da una scrittura asciutta, senza orpelli. Una strada da percorrere anche senza meta, ma con la voglia di cambiare.
Il cuore dell’EP è forse “Stretta a me ti tengo”, che comincia con un pianoforte discreto, quasi timido. Poi il brano si apre, come un sipario su un fondale emotivo forte e riconoscibile. Qui Brando torna a una forma più pop, ma lo fa con stile, senza cedere alla retorica. L’arrangiamento cresce con garbo, l’assolo di chitarra arriva come un abbraccio. Si avverte una dolcezza autentica, quasi infantile: “Il cuore non può mentire” canta, e non servono altre spiegazioni.
Il disco si chiude con “Ricordo di me”, che è in realtà un brano nato anni fa, nel suo primo album “I giardini degli angeli”. Ma qui torna rivisitato, raffinato, avvolto in una luce nuova. Merito anche della splendida interpretazione di Maela Chiappini, che guida il brano con voce calda, sottile, capace di trasformarlo in una ballata da camera, con elementi jazzati (sax e piano) e un’atmosfera soffusa. È il momento più “altro” dell’EP, ma anche il più necessario: un saluto sussurrato, che sa di luce accesa mentre il resto dorme.
Nascosto in aria non è un disco da classifica, ma non lo vuole nemmeno essere. È un progetto che vive nella zona grigia tra canzone e confessione, tra racconto e meditazione. Giulio Brando torna dopo anni difficili con un EP che si fa ascoltare lentamente, traccia dopo traccia. E alla fine, senza quasi accorgertene, ti accorgi che qualcosa è cambiato anche dentro di te.
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