La band torinese sfida la superficialità del presente con un brano che non cerca consenso ma coscienza. Tra Foucault e la rabbia urbana, “Disclose” diventa manifesto di una generazione che ha smesso di tacere. Un’intervista potente, come il suono e le parole che portano in scena.
“Disclose” non è solo una canzone, sembra quasi un manifesto. Come nasce l’idea di un brano così netto e radicale?
Ciao, grazie per l’ascolto e per la domanda. Disclose nasce quando ci siamo resi conto che troppe cose attorno a noi, e dentro di noi, stavano passando inosservate, come se il silenzio fosse diventato più accettabile della verità. Ci siamo chiesti perché accettiamo così facilmente ciò che ci viene consegnato già confezionato. Perché smettiamo di scavare appena qualcosa è presentato in modo ordinato. Da lì è partita l’esigenza di scrivere qualcosa che non fosse solo un brano, ma una rottura. Non volevamo aggiungere rumore, volevamo fare chiarezza. Disclose è il nostro modo di dire: non credere a tutto quello che ti sembra giusto solo perché è ben raccontato. Se qualcosa non ti torna, hai il diritto, anzi il dovere, di smontarla, guardarla da vicino, capirla davvero. E questo vale per tutto, per ciò che vediamo, per le parole che usiamo, anche per quello che siamo diventati.
Il testo è attraversato da immagini forti, anche contraddittorie. Quanto lavorate sulle parole per renderle così incisive?
Moltissimo. Non lasciamo quasi nulla al caso. Ci interessa che le parole non solo dicano, ma lascino un segno, che possano aprire qualcosa anche dopo l’ascolto. Le contraddizioni non le evitiamo, anzi, le cerchiamo. Perché è lì che spesso nasce la tensione vera, quella che ti costringe a fermarti e pensare. Cerchiamo un linguaggio che non sia didascalico, che non dia soluzioni ma che metta in moto delle domande. Le immagini forti, a volte anche scomode, ci servono per rompere l'automatismo con cui spesso ascoltiamo.
Cosa vi spinge ogni volta a tornare in sala prove o sul palco, anche quando tutto sembra complicato?
Il fatto che per noi non è un’opzione, ma una necessità. Fare musica è il modo in cui riorganizziamo il caos, in cui diamo una forma a quello che viviamo, dentro e fuori. Quando tutto sembra complicato è proprio lì che sentiamo di dover tornare a suonare. È come rimettere a fuoco. Anche quando è faticoso, anche quando i numeri non tornano o il sistema ti scoraggia, se hai qualcosa da dire, devi farlo. Non è una questione di carriera, è una questione di identità.
Il rock è da sempre musica di rottura. Secondo voi è ancora il genere giusto per scuotere le coscienze?
Dipende da come lo fai. Il rock non è solo un genere musicale, è un'attitudine, un modo di stare nel mondo. Può ancora essere dirompente, ma solo se è sincero, se non scimmiotta il passato o si piega all’estetica del momento. Il rock può scuotere solo se ha ancora il coraggio di esporsi, di disturbare, di creare attrito. Se diventa solo una posa, allora no, non serve. Ma se usi quel linguaggio per dire qualcosa che brucia, allora sì, può essere ancora potentissimo.
Ci sono altri temi sociali che sentite il bisogno di affrontare nei vostri prossimi lavori?
Sì, sentiamo il bisogno di parlare di ciò che ci circonda, ma senza mai trasformarlo in slogan. Ci interessano i temi che ci toccano nel quotidiano, come la disuguaglianza, la libertà reale (non solo quella raccontata), la precarietà emotiva oltre che lavorativa. Vorremmo parlare anche di come il linguaggio viene usato per confondere invece che chiarire, e di quanto sia importante difendere la possibilità di pensare in un tempo in cui tutto ci spinge a semplificare. Non vogliamo fare canzoni “a tema”, ma scrivere pezzi che abbiano il coraggio di stare nel presente.
Come vorreste che venisse ricordato questo singolo, fra cinque o dieci anni?
Vorremmo che venisse ricordato come una canzone che ha avuto il coraggio di non essere comoda. Un punto di svolta, forse, o anche solo una scintilla che ha acceso qualcosa in chi l'ha ascoltata. Non ci interessa che venga considerata “giusta” o “corretta”, ma che venga riconosciuta per la sua onestà. Se tra cinque o dieci anni qualcuno potrà dire: Disclose mi ha aiutato a vedere le cose con più lucidità, allora avrà avuto senso tutto.
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