Ancora una volta i bambini inteneriscono. O meglio: le loro foto.
Ma non quelle con i sorrisi da spot pubblicitario. Quelle che fanno male allo stomaco. Quelle che mostrano la realtà.
Ricordo Ailan, morto sulla spiaggia. Il mondo si è commosso. Un minuto di dolore da scroll sui social. Adesso c’è Mahmoud, il protagonista della foto che ha vinto il premio “World Press Photo 2025”.
Lui è vivo, sì, ma senza più arti. Con un futuro incerto.
Abbraccerei la sua immane sofferenza, lo farei anche con i bambini abusati e dimenticati, anche loro fotografati, solo che non vinceranno un premio, sono già trofei per i pedopornografi. Migliaia li guardano e mettono il loro like perverso, compiaciuto, di godimento nei gruppi pedocriminali.
Il premio? - non glielo facciamo sapere a Mahmoud - ma a lui non è andato niente se non la sconfitta nel non poter più avere due arti, la vincita l’ha avuta Samar Abu Elouf, la fotografa. Nome, cognome e gloria.
E loro sono lì. Ailan, morto. Mahmoud, amputato. Corpi diventati simboli, poi notizie, poi dimenticati.
E intanto penso alle immagini che ogni giorno arrivano a Meter. Non premi. Non riconoscimenti. Solo orrore.
Meter vorrebbe mostrarle, farle vedere al mondo. Non per mettersi in mostra, ma per spiegare — una volta per tutte — cosa vuol dire davvero “abuso su minore”.
Ci sono giorni in cui resto chiuso in casa, a galleggiare tra letto, libri e TikTok. Altri in cui, aprendo le porte di Meter, vorrei cambiare il mondo.
Ed è lì, in una di quelle giornate, che ricordo bene quei migliaia di file segnalati dall’osservatorio di Meter.
Foto. Video. Prove di bambini abusati, stuprati, violentati. Si potrebbe andare nel dettaglio, ma poi piuttosto che vincere premi la gente vomiterebbe. Se anche solo ne mostrassimo una, finiremmo in galera: detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico, giustamente. Poi si scatenerebbe il putiferio. Il mondo griderebbe allo scandalo.
Allora c’è chi resta lì, ad aprire e chiudere le porte di un’associazione, a vedere bambini abusati senza poter denunciare mediaticamente con una foto i fatti.
Consapevole che i cuori si sciolgono ancora per una foto ben fatta, che non giudico assolutamente, perché il dolore del povero Mahmoud c’è ed è tanto, ma quei cuori si potrebbero aprire anche davanti a una storia vera, pazienza se la foto non può esser pubblicata.
E intanto quei bambini, abusati, torturati, continueranno a vivere (quando va bene) nell’ombra. Perché i media sono impegnati a commuoversi per la foto giusta, al momento giusto, con la luce perfetta.

