Un corpo che si fonde sempre di più con un materasso. Capelli che, come nel Canto di Maldoror di Lautréamont, se ne vanno via, si danno arie — almeno loro, che possono — mentre il corpo sprofonda in una solitudine che fino ad oggi non aveva mai conosciuto.
Vittorio Sgarbi è stato da sempre in dialogo. Con la gente di strada, con i ragazzi di vita, con i politici, con i quadri, con le capre. Una voce forte tra urla per trovare il bene e disperazioni per non averlo mai trovato.
E oggi eccolo lì, in quel letto d’ospedale, 24 ore su 24, proprio lui che con il letto ci ha avuto a che fare poche volte.
Lo chiamai mesi fa, alle due di notte: era dentro una Chiesa, camminando e pensando tra silenzio e ombre.
I sogni che un uomo comune fa mentre dorme, lui li faceva ad occhi aperti, mentre scopriva nuovi quadri, mentre ascoltava pittori morti.
Perché lui ha anche dialogato con reliquie viventi, con pittori santi putrefatti, con il passato, vedendo l’estensione della morte in opere d’arte.
Ma oggi che si ritrova in un corpo “futuro”, è lì che l’ego si fa da parte e subentra la voglia di non vivere.
Allora, come ha detto Marcello Veneziani: “Capra, rialzati e cammina.”
Tu che conosci l’arte, sai bene che il craquelure rafforza il valore dei quadri.
Diventa come loro: vivo dentro, perché hai ancora tanto da raccontare.

