Il Piemonte, terra di cioccolate preziose mescolate alle nocciole indigene, gustose come diamanti. Nel cuore di quella terra erano nati i Ferrero, i coraggiosi imprenditori che si misero in testa di commercializzare, su larga scala, le meraviglie dei derivati del theobroma cacao nella versione pedemontana. E divennero re del mercato dolciario, in Italia e nel mondo. Pietro, che di quella scommessa fu il pioniere, era nato a Farigliano, in provincia di Cuneo, nel 1898, ma si trasferì ad Alba per rendere concreto il suo progetto: creare un marchio di golosità figlio della tradizione dolciaria del Piemonte, e far sì che potesse varcarne i confini. Era il ’46, e con i suoi panetti spalmabili di cioccolato alle nocciole (la Pasta Gianduja o Giandujot), che vendeva personalmente spostandosi da una città all’altra, conquistò in breve tempo i gusti dei consumatori della sua regione. Non bastava: bisognava che la Ferrero, come si dice, “unificasse” i gusti degli italiani, come parallelamente stava facendo la televisione, accompagnando il paese dalla fase di ricostruzione a quella del boom. In un certo senso la Nutella, intuizione del figlio e successore di Pietro, Michele, rappresenta l’evoluzione “liquida” (semiliquida) dei panetti paterni, in perfetta sintonia con i ritmi e le abitudini di vita sempre più “liquide” imposte al Paese dal decennio dello sviluppo economico (1955-65). Michele, nato nel 1925 a Dogliani, sempre nel cuneese, subentrò trentaduenne alla guida dell’azienda alla morte del padre , nel 1949: non da solo, in realtà, ma coadiuvato dallo zio Giovanni e dalla madre vedova, Piera. Ma indubbiamente fu proprio lui l’anima creativa e visionaria dell’azienda, l’Adriano Olivetti del dolce, se così si può dire. Con lui la Ferrero diventa una superpotenza del settore alimentare a livello internazionale. E non solo grazie alla felice – felicissima- invenzione della Nutella, felice già nel nome (in realtà all’origine si chiamava Supercrema, poi si pensò a Nutella forse anche per strizzare l’occhio ad una generazione di anglofili che già si profilava all’orizzonte), ma anche per merito di altre mosse azzeccatissime nel corso dei decenni successivi: la nascita della linea Kinder alla fine degli anni ’60 (il nome deriva dal fatto che fu pensata, per un pubblico di piccoli consumatori negli stabilimenti tedeschi della Ferrero), le irrinunciabili praline del periodo autunnal-invernale, da Mon Cheri a Pocket Coffee a Ferrero Rocher a Raffaello e derivati (una produzione che continua dal 1956), la brioche Fiesta (1960) e poi le caramelle, i tè freddi, i sorbetti. Nel 1971, nello stesso anno in cui la Ferrero sbarcava nel carosello televisivo con l’allegra brigata della Kinder, Michele veniva nominato cavaliere del Lavoro. A questo titolo si è aggiunto, nel 2005, quello di Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica Italiana. Frattanto, Michele aveva dato vita a due iniziative, filantropiche, alla Fondazione Ferrero (1983), per prendersi cura degli ex-dipendenti dell’azienda e promuovere iniziative sociali (è celebre per il motto “benedettino”, Lavorare, creare, donare), e, in quello stesso 2005, le Imprese sociali Ferrero, per favorire un miglioramento delle condizioni di vita in aree del mondo svantaggiate o sottosviluppate. Dal 1997, quando ha lasciato la carica di amministratore delegato ai figli Pietro e Giovanni (la terza generazione Ferrero), Michele viveva a Montecarlo, ma non certo da pensionato: continuava, infatti, ad occuparsi a tempo pieno dell’attività aziendale alla guida della Soremartec, una società che, per conto della Ferrero, si occupa dell’innovazione del prodotto e dei test di mercato. E a Montecarlo egli si è spento il pomeriggio di San Valentino, vinto da un male contro cui combatteva da tempo: già da quando, tragicamente, nel 2011, Pietro era morto, lasciando solo il fratello Giovanni a gestire direttamente le redini dell’impero di famiglia.

